Cinquant’anni dopo il ’68, la Bussola e la Versilia resistono ancora

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Non capita spesso che il tempo ti vendichi. A me, e a quelli come me, è invece capitato. Cinquant’anni dopo, ossia alla fine del 2018, la storia, intesa come sequenza di eventi non sempre controllabili e gestibili, ha decretato la totale sconfitta dell’idea malsana che portò decine e decine di giovani davanti alla Bussola delle Focette in Versilia durante la notte del capodanno del ’68. Chi, come me e come Camillo Langone, è avvezzo alla frequentazione di quel luogo, e comunque di tutto ciò che racconta la storia della grande Italia, sa che la Bussola è un simbolo perenne, è una istituzione immortale, è il punto d’arrivo di un’Italia che dal dopoguerra riuscì a rialzarsi divenendo una potenza mondiale e internazionalmente riconosciuta. La Bussola, come più in generale la Versilia tutta, rappresenta una rinascita, una riscoperta di sé, l’ingegno dell’uomo privato che scavalca le avversità. La vittoria degli individui, prima che dello Stato, si è concretizzata in luoghi come questo.

E il periodo iniziato col ’68 lo conosciamo tutti, con le sue violenze in crescendo e le sue rivendicazioni insulse. Ebbene, il punto di svolta è rappresentato dalla notte del 31 dicembre di quell’anno fatale, spunto colto dalla borghesia di quel tempo per ritrovarsi alla Bussola per far il conto alla rovescia, ognuno con la propria nuova casa al mare, ogni signora con la propria pelliccia, ognuno con la propria azienda e con la propria voglia di lavorare e di arricchirsi. Lo scettico dirà che a quel tempo si evadeva tanto. Già, perché a memoria d’uomo non v’è ricordo di un’epoca florida concomitante con una massiccia imposizione fiscale. Sì, quel ritrovo al mare rappresenta, per noi, la riscoperta del profumo della libertà dai vincoli imposti da burocrati e legislatori. Quei vincoli che oggi, nel nome di una codicizzazione estrema, stanno strangolando il paese. 

Potere operaio effettuò un massiccio volantinaggio in tutta la zona circostante. A Pisa soprattutto. Poi Livorno, Sarzana, La Spezia, l’odio di classe e la violenza che ne seguiva arrivarono sin lì. Doveva cantare Shirley Bassey, quella sera. Bernardini, lo storico proprietario della Bussola, era in fermento per la diretta nazionale che su Rai 1 avrebbe trasmetto il conto alla rovescia direttamente dal suo locale. Alle 21:30 iniziarono i primi tafferugli. Uova, verdura e vernice rossa vennero lanciati sugli avventori. I miei nonni c’erano. 

I reparti della celere arrivarono sul posto in men che non si dica, e così iniziò la guerra. Strana cosa, questa: pochi anni dopo una vera guerra che fu capace di rivoltare il mondo che sino allora conoscevamo, i figli di coloro che l’avevano combattuta avevano già voglia di ripiombare in quell’inferno. Sul lungomare versiliese, che oggi accoglie molti altri locali divenuti famosi e scintillanti, iniziarono gli scontri che portarono a un morto e un uomo, allora ragazzo sedicenne, ferito e rimasto sulla sedia a rotelle a vita. Si chiamava Soriano Ceccanti. 

Le macchine vennero rovesciate, i pattini dalla spiaggia trascinati in strada per formare delle barricate. La lotta di classe divampò come un incendio e tutt’Italia si rese conto che la miccia dell’odio e dell’invidia era stata accesa. Poteri oscuri, e rossi, vegliavano solennemente sulle sorti del nostro paese. Secondo i loro piani, saremmo divenuti un satellite della gloriosa Unione Sovietica. Qui, intanto, si contavano i morti e si annusava l’aria fetida e carica di astio che ogni domenica avrebbe portato ad una nuova rivolta. Alla Bussola di Focette, nello splendore di un luogo immortale, si scontrò lo Stato composto dai borghesi lavoratori e imprenditori con il non-Stato rappresentato, per dirne una, dai giovani anarchici di “Rosso e Nero” e dai marxisti del circolo “Che Guevara”. Da un lato la mitezza feroce di chi della libertà individuale, e del successo che può seguirne, faceva la propria bandiera, e dall’altro il pacifismo violento di chi riteneva fattibile l’appiattimento della società sul valore dell’uguaglia costi-quel-che-costi. 

Vinsero i primi. Vinse la Giustizia sui malviventi. Una delle funzioni minime cui lo Stato dovrebbe assolvere senza se e senza ma. Oggi, invece, assolve a tutto il resto in modo sciatto lasciando sacche del paese nelle mani della delinquenza organizzata. È un paradosso.

Dopo cinquant’anni le acque si sono calmate. Lì il mare è piuttosto piatto, le giornate calme e calde, il tempo trascorre con lentezza ma a fine agosto t’accorgi che una nuova estate è volata via. Per capire quell’evento si deve assimilare quel posto. Leggete allora Storia della mia gente di Edoardo Nesi. Leggete anche Vestivamo alla marinara di Susanna Agnelli. Io ho avuto la fortuna di vivere con persone che mi misero in mano quei libri durante uno dei tanti viaggi d’andata per il mare. Io ho avuto la fortuna di crescere con dei nonni che furono protagonisti di quell’Italia d’oro di cui godiamo ancor oggi. Gente, questa, che non si faceva le pippe sulle chiusure domenicali, preferendovi il lavoro duro in memoria di quando la fame mordeva. Oggi, un tizio che non ha mai lavorato in vita sua, ci racconta il contrario, e alimenta la fiammella d’odio che, pur essendosi attenuata, mai si spegnerà del tutto. Che sia necessario un altro periodo di miseria nera per far rinsavire questo popolo?

Mezzo secolo dopo, la Bussola resiste, vive ancora. Un pezzo d’Italia insieme ad essa. E noi eravamo presenti. Ecco cosa racconterò ai miei figli nell’estate versiliese del futuro. 

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