Privatizziamo la scuola per il bene dei nostri figli.

In Politica, Società

Qualche anno fa vennero desecretati dei fascicoli riservati, risalenti al periodo di governo di Margaret Thatcher nel Regno Unito dal 1979-1990. Fra questi, vennero ritrovati documenti che riportavano quelli che sarebbero potuti essere progetti di riforma.

Una delle informazioni trapelate maggiormente interessanti (che provocò enormi lamentele da parte dei socialisti collettivisti) fu il progetto di riforma Per la privatizzazione del sistema scolastico. Per i critici si trattava di un programma scellerato, poiché – a loro dire – tante persone non avrebbero avuto la possibilità di poter andare a scuola per istruirsi.

Anche in quella circostanza, i socialisti non avevano perso l’occasione di dimostrare tutto il loro pessimismo e tutta la diffidenza nei confronti della stessa società della quale si ergono guardiani.

Non siamo in grado di sapere che forma avrebbe preso la scuola secondo la riforma thatcheriana, in quanto non fu un tema pienamente affrontato durante il soggiorno a Downing Street, ma di certo possiamo dire che è una proposta che rispecchia appieno l’ottimismo tipico del liberalismo.

Se, abbassando la spesa pubblica e le tasse, le persone fossero libere di crescere economicamente, avrebbero maggiori possibilità di sostenere un elevato tenore di vita, se si trattasse di genitori, sceglierebbero il meglio per i propri figli.

Con meno tasse e meno spesa pubblica, sarebbe più facile trovare lavoro, in quanto il lavoro è l’unica forma lecita di guadagno e di percezione del reddito. Quel reddito, così tanto meritato, sarebbe lo strumento tramite il quale i cittadini potrebbero scegliere come vivere la quotidianità e in che modo investire sul futuro.

Sarebbe la scuola dei cittadini, la scuola della libera scelta e delle idee: eliminando qualsiasi forma di distorsione “professionale” provocata dalla scuola di Stato che, non solo non è mai stata in grado di trovare un compromesso tra i costi/benefici, provocando deficit e debito pubblico, ma non è nemmeno mai stata in grado di rispondere alle esigenze della società e alla sfida della globalizzazione.

La qualità di sapere trasmesso nelle scuole italiane è elevata, ma questo sapere rischia di diventare “fuffa”.

La scuola di Stato non valorizza la meritocrazia, la competizione e il “mettersi in discussione” sempre e comunque, ma tende a dare il “Minimo essenziale”. Per non parlare del problema del grave disequilibrio tra le diverse scuole del territorio italiano, con gravi alti e bassi.

La scuola dei cittadini, a pagamento, stimolerebbe i genitori a scegliere la migliore istruzione per i propri figli, limitando lo stato a garantire una completa uguaglianza di partenza, attraverso investimenti mirati al sostegno di chi ha gravi difficoltà economiche.

Rimanere allo stato attuale vuol dire promuovere lo spreco. Nemmeno i socialisti sanno più come sostenere il dispendioso sistema attuale, continuando a difendere la scuola statale a colpi di “slogan nostalgici”.

Solo un folle può pensare che verranno lasciati dei giovani senza istruzione.

Non per essere cinici, ma nonostante l’attuale sistema scolastico socialista, tantissimi giovani sono costretti abbandonare gli studi per sostenere economicamente il proprio nucleo familiare. Questa è una doppia sconfitta per i collettivisti.

Pertanto, bisogna sostenere i giovani, le persone e le famiglia; la strada migliore non è quella degli “slogan nostalgici”, ma quella di valorizzare la scelta e il merito di chi insegnerà e di chi potrà studiare.

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