Dobbiamo salvare il latte versato? Dove sono i liberali?

In Attualità, Economia

“Vi sembra giusto che un litro di latte venga pagato meno di un caffè? #iostoconipastori #iostoconipastorisardi”. 

Questo tweet esprime vicinanza alle proteste dei pastori sardi per il crollo del prezzo del latte.

Ricapitoliamo quanto accaduto…

Il Prezzo del latte sardo è strettamente connesso a quello del Pecorino Romano Dop:  il 60% del latte prodotto in Sardegna viene destinato a questo mercato e come tutti i beni primari, il suo prezzo dipende dal processo di trasformazione e vendita del prodotto finale, nonchè da tutto l’ andamento della filiera.

Al fine di evitare pesanti oscillazioni, annualmente vengono stabilite delle quote per salvaguardare tutti gli operatori coinvolti,  ma dato il livello basso della sanzione (stiamo parlando di 16 centesimi per chilogrammo di formaggio eccedente) sono stati molti quei caseifici che hanno deciso di infrangere le regole per poter vendere di più; ciò ha causato una sovrapproduzione del Pecorino Romano e una diminuzione del prezzo di vendita al consumatore finale.

La strategia di molti caseifici (Coldiretti Sardegna sostiene che siano stati 33 su 35, quelli che non hanno rispettato le quote di produzione) è stata proprio quella di incassare la multa come un costo e di vendere quanto più per guadagnare.

Il non rispetto delle quote e il calo delle esportazioni (si regista una diminuzione del 33 per cento, nel 2018, rispetto all’anno precedente) hanno causato un crollo negli ultimi anni del 50% del prezzo del Pecorino Romano, facendo crollare conseguentemente i prezzi della materia prima necessario a produrlo, con una pesante ritorsione sulla condizione dei pastori: il prezzo del latte sardo è sceso ai minimi storici con l’euro di 56 centesimi al litro (iva esclusa). Un livello che i produttori dichiarano essere insufficiente a coprire le spese di produzione.

Da qui il susseguirsi di proteste e manifestazioni che hanno visto migliaia di litri di latte versati in strada, oltre a numerosi blocchi stradali che hanno colpito prevalentemente la Statale 113, la prima strada della Sardegna. E’ del 23 Febbraio 2019, inoltre, la notizia che almeno 10 pastori sono indagati dalla procura di Nuoro: la contestazione dei reati va dalla violenza privata, al deturpamento della cosa altrui sino alla resistenza a pubblico ufficiale e manifestazione senza preavviso.

Le proteste e la diffusa solidarietà nei confronti della situazione dei pastori sardi si reggono solidamente sulla convinzione che per il prezzo del latte ne debba esistere uno “giusto”, “equo” e meritevole di essere pagato per il valore tradizionale e culturale del prodotto offerto (il tweet utilizza proprio il termine “giusto”) che caratterizza lo stile di vita di una delle “figure” simbolo della Regione sarda.

Di fatto tale considerazione suggerisce che per raggiungere una presunta equità del prezzo del latte, che si presume debba essere pari almeno al costo di produzione,  i pastori debbano produrre senza tener conto degli andamenti degli altri operatori economici, rilegandosi così in un cantuccio isolato del sistema produttivo italiano, degno di essere salvaguardato integralmente per ragioni culturali e di numero.

Un modo come un altro per dichiarare inconsciamente la propria ignoranza e ripugnanza al vecchio, caro e irrinunciabile sistema dei prezzi, nonché all’economia di mercato.

Naturalmente tutta la classe politica, schierata sulla questione, ha manifestato la volontà di voler tutelare i posti di lavoro a rischio, per evitare di perdere terreno elettorale.

Che fine hanno fatto i liberali?

Si deve dare per scontato, sempre se cosi è (…), che chi pubblica sul suo profilo social hashtag di solidarietà come “#iostonconipastorisardi”, si stia esprimendo favorevolmente anche verso le tesi dei produttori di latte, che oggi chiedono un prezzo minimo per il latte, bloccato e rivalutato di anno in anno, imboccandosi verso la strada del protezionismo.

Ma è proprio sul sistema dei prezzi che dovrebbe partire una sana discussione sul problema della filiera del Pecorino Romano Dop.

Nell’ organizzare un’ attività economica i prezzi svolgono l’importante funzione di trasmettere informazioni e di fornire indicazioni per adottare metodi di produzione meno costosi piuttosto che altri. I prezzi sono oggetto di lettura, analisi, interpretazione e rappresentano quella condizione sine qua non del lavoro di ogni imprenditore. Essi suggeriscono in fine al consumatore cosa acquistare, quando farlo e dove poterlo fare alla minor quantità possibile, determinandolo in questa maniera come l’unico padrone che orienta il sistema produttivo economico, rivolto al soddisfacimento dei suoi bisogni.

Da anni vi è una gran dibattito sul senso di stabilire delle quote di produzione; certo il superamento delle quote ha portato ad un crollo del prezzo del latte, ma un aumento della domanda potrebbe premiare quei produttori  di latte che sono riusciti a trovare delle modalità di produzione più efficienti, indicandone la via agli altri, per esempio, nel trovare una dimensione ottimale per gli allevamenti… (la protezione statale ha già impedito a questi imprenditori di innovare i fattori produttivi e di cercare quotazioni di mercato più redditizie)

D’ altronde le proteste sono portate avanti da parte di quegli imprenditori che ritengono che il prezzo di acquisto dei caseifici non superi i loro costi di produzione, impedendo ad altri di lavorare e obbligando i camionisti a scendere dalla vettura rovesciando in strada le cisterne.

Nel frattempo il Governo si propone di acquistare un certo numero di tonnellate di Pecorino e di destinarlo ad usi pubblici, promettendo di voler cercare degli utili strumenti di intervento e di pianificazione.

Bisogna riconoscere che queste siano le problematiche per cui lo Stato debba intervenire, non nel fissare i prezzi, non nel stabilire quanto formaggio si debba produrre e in via correttiva (ridicola, ma ci si abitua a tutto) “quanto se ne debba consumare per mantenere l’intera filiera“; ma nel tutelare le condizioni di quelle persone in difficoltà che si trovano nella situazione, non dettata solamente dalle fisiologiche mutazioni del mercato, ma anche dalle caratteristiche del territorio e dagli anni di esperienza lavorativa che non le rendono più in grado di trovare un posto di lavoro in un altro settore.

Con o senza imposizione di prezzi minimi sul latte, a questa situazione sembra essere destinato il futuro di diversi pastori sardi, di cui possiamo comprenderne le difficoltà ma di cui non condividiamo le istanze, oltre che i metodi di ascolto. La sovrapproduzione del Pecorino Romano Dop e il crollo del prezzo del latte hanno solo evidenziato dei problemi di errore nella filiera destinati a riemergere, con il rischio che l’ implosione futura sia di una violenza superiore.

 

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