Lo stipendio non si decide a tavolino

In Attualità, Economia, Politica

Perché i contratti collettivi stanno diventando sempre più uno strumento di penalizzazione per i lavoratori? Perchè i contratti collettivi stanno rendendo i lavoratori sempre più poveri? Perché il salario minimo peggiorerà il mercato del lavoro? Perché qualsiasi richiesta di aumento salariale può avere delle contraddizioni negative?

Ieri c’è stato lo stop alle consegne Amazon a Milano per la protesta dei driver che hanno organizzato un presidio sotto gli uffici della sede del colosso digitale. Motivo dello sciopero? Sovraccarico di lavoro e retribuzione bassa.

Questo episodio mi permette di spiegare perché si tratta di un errore richiedere un aumento salariale con prezzi politici.

Prima di iniziare, direi che è opportuno iniziare con una frase di Bruno Leoni.

“Ogni qualvolta le remunerazioni salariali vengono spinte […], oltre i limiti di mercato, il mercato si “vendica”: aumenti di prezzi e riduzione della produzione sono le conseguenze inevitabili. A questo punto, come sempre in economia, si determinano le note reazioni a catena: le imprese diventano sempre meno attive, o addirittura passive, gli investimenti che avrebbero potuto potenziare il lavoro non possono farsi, l’impresa decade”

Se forze esterne ed estranee al mercato, intervengono sul mercato del lavoro, l’intervento compiuto può avere delle ripercussioni molto penalizzanti per tutti.
Le forze socialiste, stataliste, comuniste e fasciste hanno un’accezione negativa nei confronti del mercato, ma dimenticano che la storia ha spesso dimostrato come l’intervento statale provochi effetti negativi.

Quando lo Stato impone aumenti salariali o un minimo salariale, si possono innescare degli effetti a breve e lungo termine. Giusto per fare un esempio, l’aumento salariale provoca maggiori uscite economiche per l’azienda, che sarà costretta ad aumentare i prezzi; l’aumento dei prezzi permette di mantenere gli utili dell’anno precedente, ma non di far ulteriori investimenti; la mancanza di investimenti comporta inevitabilmente una mancata occupazione delle nuove leve di lavoro.

I conti con il mercato sono presto fatti dall’azienda e, seppur indirettamente, dallo Stato. Per l’azienda ogni scelta è fondamentale. Ogni scelta ha un costo e soprattutto incide sul risultato. Se i costi sono maggiori delle entrate, la scelta sarà da considerare fallimentare, se i risultati saranno migliori rispetto ai costi, la scelta sarà da considerare profittevole. Ma la scelta comporta, in parallelo, una scelta esclusa. Quindi ogni scelta ha un costo in senso stretto e un costo in senso lato.

Adesso, immaginiamo di vivere senza tasse. Il produttore deciderà quale prezzo applicare tenendo conto di numerosi aspetti: occorre prima valutare quanto deve produrre, confrontare i prezzi di mercato, valutare la domanda e prezzi della concorrenza. Però poi ci sono le tasse e il prezzo viene ritoccato anche sulla base delle imposte da pagare allo Stato.

Ma non finisce qui. Se per pressione dei sindacati si giunge ad un aumento salariale, le cose per il produttore si complicano ulteriormente. Lo stipendio del lavoratore nasce spontaneamente sulla base dell’incrocio tra domanda e offerta di lavoro. Se lo stipendio viene ritoccato, invece, su base politica, vuol dire che la retribuzione del lavoratore non sarà più spontanea o su base scientifica, ma viene impostato arbitrariamente.
Questo vuol dire che il datore di lavoro avrà un costo in più non previsto che andrà ad influire sulla gestione aziendale. Un costo non previsto spontaneamente comporterà modifiche sulla produzione, non potrà più tenere conto dei prezzi di mercato e sfalserà l’incrocio tra domanda e offerta.

Il punto fondamentale è che ogni intervento dello Stato comporta una falsificazione del mercato.
Se il consumatore decide quale servizio ricevere o bene acquistare sulla base del gusto, sulla base delle possibilità economiche e sulla loro disponibilità marginale, il produttore non potrà fare le stesse considerazioni.

Ritorniamo sull’ipotesi di zero tasse.
Un produttore deve intervenire tenendo conto di tutte le possibili scelte della concorrenza, di tutte le possibili scelte del consumatore e come cercare di intervenire sulla produzione. Se in una situazione di zero tasse, avviene un processo di studio reciproco tra consumatore e produttore, in una situazione di intevento statale, viene rotta la spontaneità tra i due attori economici.

Il produttore dovrà prima badare ai costi imposti dallo Stato, come le tasse o l’aumento salariale, e poi, solo successivamente, tenere conto della concorrenza e delle possibili scelte dei consumatori. Il prezzo adottato non sarà più naturale, non sarà più favorito dall’incontro tra domanda e offerta. Pertanto, il consumatore, con il nuovo prezzo imposto dal produttore, potrebbe essere influenzato negativamente e adottare scelte alternative.

Di conseguenza, ci sono buone probabilità che il produttore si ritrovi ad avere un ricavo minore, innescando un pericoloso circolo vizioso che penalizza soprattutto il lavoratore. In conclusione, ritoccare uno stipendio con una firma, con uno sciopero o su pressione sindacale, vuol dire falsificare il mercato. Falsificare il mercato può comportare gravi problemi al datore di lavoro e al lavoro nel breve termine tanto quanto nel lungo termine.

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