Oscar 2019: quanto la politica influenza le premiazioni?

In Attualità

L’Academy ha un problema, che si dipana tra la poca meritocrazia e la peggior forma di politically correct in ambito cinematografico. È quanto emerge dall’elenco di vincitori dell’ultima edizione degli Academy Awards. Ma andiamo con ordine.

A vincere la statuetta come miglior film è stato Green Book, per la regia di Peter Farrelly, che ha completato il bottino con i prestigiosi premi come miglior sceneggiatura originale e miglior attore non protagonista (Mehershala Ali). Esattamente come previsto.

Roma di Cuaron ne vince tre: film straniero, regia e fotografia, tutti rigorosamente consegnati in mano al regista messicano. Tre arrivano anche a Black Panther, quattro a Bohemian Rhapsody e – a completare il quadretto – un premio per ogni altro film vincitore.

Più che una premiazione di artisti, il format seguito pare essere stato più vicino a una spartizione ereditaria, con le major cinematografiche che democraticamente si spartiscono il bottino (perché Oscar è sinonimo di incassi). Con buona pace di merito dei candidati e reale tono artistico delle pellicole. Ad aver vinto è stato, in primo luogo, il politically correct: reputato talmente prioritario rispetto al valore delle singole nomination da orientare su larga scala le scelte dei votanti.

Dal momento che a Los Angeles piace giudicare, spesso e volentieri in maniera poco razionale, le pellicole in circolazione, quale modo migliore per smontare la retorica degli Oscar se non con una pagella? Ecco, dunque, promossi e bocciati della novantunesima edizione degli Academy Award.

L’Academy – VOTO: 4 – Qualcuno, in quel di Hollywood, ha perso una occasione. Ha perso una occasione per premiare uno dei migliori film dell’ultimo decennio (Roma), pur di proseguire nell’opera di appoggio politico a film di seconda scelta.

Chiarisco subito: Green Book è un bel film. E rispetto a certe boutade premiate le scorse edizioni, l’Oscar al miglior film se lo merita.

Il problema sorge nel momento in cui, pur di esaltare il lato politico delle produzioni, si fanno passare in cavalleria opere di tono artistico più alto.

Roma, in questo caso, ma anche First Man (ne parleremo in seguito). Se poi l’intenzione fosse trasformare in tutto e per tutto gli Oscar nella passerella monopolizzata del politically correct, è altro discorso.

Ma qui, l’unica cosa ad aver vinto, è stata la più becera forma di ipocrita correttezza. La quale, eretta a valore assoluto, fondante (e dicerto prioritario rispetto all’effettivo esito artistico) delle scelte accademiche, si è imposta sul reale valore delle pellicole.

È lecito obiettare che la bontà di un film rispetto a un altro è fatto soggettivo. Vero: ma tra dieci anni, quando la premiazione – quale fatto in sé – sarà confinata nel dimenticatoio, ci ricorderemo di Roma, e non del film vincitore. Perché il lavoro di Cuaron aggiunge qualcosa alla storia della cinematografia.

Sarebbe utile alla cinematografia tutta – come ai suoi futuri sviluppi – che all’interno dell’organizzazione si aprisse un costruttivo dibattito per schierarsi rispetto a una ben specifica domanda: qual è il criterio prioritario, per l’assegnazione dei premi?

Il merito individuale effettivo di sonoristi, scenografi, attori, compositori e di tutte le figure professionali che si celano dietro il prodotto commerciale o scelte discrezionali dei votanti? Si può essere in disaccordo, quanto alla valutazione del merito: è verità sacrosanta, e non è mia intenzione rinunciarvi in favore di scelte imposte per tutti e unidirezionali.

Ma l’importante è che la difformità d’opinione sia originata da un dibattito sul merito, non su prese di posizione politiche o di qualunque altra secondaria natura.

La vittoria di Green Book non porterebbe con sé il corollario di questioni fino ad ora affrontate, se fosse il frutto di una scelta fondata sul merito e su riconosciute eccellenze tecniche, se fosse il frutto di una votazione che abbia risposto alla domanda “qual è il film razionalmente migliore?” Fatto non avvenuto, a mio parere.

Ripartizione dei premi – VOTO: 3 – Ad aver spadroneggiato è stata la volontà di schierarsi in sostegno di una linea politica. Così, specie per quanto concerne le categorie tecniche, tradizionalmente impiegate e “abusate” per rattoppare i buchi causati dall’assegnazione dei premi a tavolino, troviamo pellicole vincitrici in categorie nelle quali non hanno brillato. Esempi? Pur di tessere le lodi di Black Panther, si è provveduto ad assegnargli i premi come miglior colonna sonora, miglior scenografia e migliori costumi. In almeno due casi, del tutto immeritati.

La tacita regola alla base del criterio di assegnazione, più che la valorizzazione delle eccellenze, pare essere quella per cui prima si decide quanto premiare un certo film, e poi gli si assegnano le statuette di conseguenza. Con buona pace di meritrocrazia e valore artistico.

Green Book – VOTO: 7 – Nonostante la discutibile provenienza artistica del regista, un buon film. Confezionato nella testa dell’autore a misura di Oscar, manco a dirlo. Il classico A-movie-ma-non-troppo che piace all’Academy e non scontenta nessuno. Ma che, purtroppo, altro non è che una variazione sulla tematica razziale già trattata analogamente bene in altre opere di precedenti registi.

Roma – VOTO: 9 – Uno dei migliori film visti nell’ultimo decennio, penalizzato per essersi trovato di fronte l’invincibile armata delle pellicole a tematica razziale (Blackkklansman, Black Panther, Green Book).

Alfonso Cuaron – VOTO: 9 – Studia per diventare il miglior regista in circolazione. Moderato nei modi ma radicale nei contenuti, la sferzata politica non la risparmia. Il discorso anti-trumpista non lo riserva sino alla vittoria per la miglior regia: sintomo di notevole fiducia nelle proprie chance (giustamente). Rappresenta la via migliore per far politica da un palcoscenico: sottile, pacato, concreto.

Spike Lee – VOTO: 5 – Fotocopia sbiadita del movimentista d’un tempo. Non plaude alla vittoria di Green Book, ritenendolo probabilmente un sottoprodotto stereotipato pensato da bianchi pezzenti. E rosica, rosica, rosica, al punto da tentare di abbandonare la sala. Com’è duro essere superati dagli allievi, eh?

Rami Malek – VOTO: 5 – Non ho ritenuto – a titolo squisitamente personale – la sua un’interpretazione da Oscar. Specie se rapportata al camaleontico e superbo Bale di Vice. Il voto non va alla metamorfosi scenica, tuttavia. Va a un discorso di accettazione concluso con un improbabile “sono un immigrato”: affermazione fuori contesto rispetto al tema trattato nella pellicola, alla motivazione dell’assegnazione dell’Oscar e al resto dello stesso speech dell’attore. La consueta trovata di circostanza per ergersi a paladino di una certa causa ideologica (che di paladini di questo genere farebbe a meno, e si badi bene: l’autore dell’articolo non è certo un fan delle politiche migratorie dell’attuale amministrazione USA).

Gleen Close – VOTO: 10+ CON LODE A TAVOLINO – Poverina, almeno concediamole questo. Alla bellezza di 71 anni, vede sfumare una delle ultime possibilità di stringere l’ambita statuetta. Difficilmente ne vedrà altre, dopo la settima candidatura. E poi dicevano a DiCaprio. Una delle migliori interpretazioni femminili dell’anno (senza nulla togliere alla vincitrice Colman).

L’Oscar per la miglior colonna sonora – VOTO: 2! 2! 2! Altre dieci, cento, mille volte due. Una colossale colata di sterco nel piatto che ha visto mangiare John Williams, Max Steiner, Maurice Jarre e Newman vari.

La partitura di Gorannsson per Black Panther è irrilevante. Una costruzione su fondamenta zimmeriane, ma al contrario di queste assai più banalotta e anonima. Non se ne esce, la storia della musica se ne dimenticherà presto. Premiata giusto per lodare il Marvel-Movie-Fintamente-Impegnato di turno. Non che la scelta fosse facile: la cinquina di quest’anno era del tutto sottotono. L’unica composizione in grado di superare la concorrenza (First Man) e soddisfare minimi standard artistico-musicali, nemmeno candidata.

First Man, l’Academy e la Storia che conta – VOTO: 4 – Finalmente, uno dei capitoli più scottanti dell’ultima stagione di premi. A mio parere il secondo miglior film dell’anno, ma nemmeno candidato al premio che conta. In compenso, il contentino immeritato per gli effetti speciali. La Universal va resa felice, dopotutto.

La pellicola di Chazelle è, probabilmente, la più individualista – nell’approccio concettuale – dell’annata 2018. Per la prima volta, si è avuto il coraggio di ribaltare la prospettiva dello sbarco sulla Luna: dalle narrazioni epicistiche che hanno visto il sistema Nasa protagonista assoluto, si è passati al punto di vista di Armstrong. Che da “pedina” caricata a bordo del LEM e traghettata sino al satellite diviene il fulcro del progetto scientifico. È l’uomo, con i propri limiti, i propri punti di forza, le proprie qualità e i propri drammi che consente il compimento della missione spaziale.

Fallimento anche su questo fronte. Perché all’Academy potranno anche essere filo-dem, ma l’arrugginita retorica dello sbarco sulla luna, dalla bocca proprio non vogliono levarsela. E se un film non mostra bandiere a stelle e strisce piantate sul satellite, sovrastate da suoni pseudo-epicisti sintetizzati, allora non lo si premia.

L’Oscar alla miglior fotografia – VOTO: 7 – La scelta di Roma è buona, apprezzabile, comprensibile. Il film può vantare una fotografia eccellente. Eccellente, ma non originale. Una ben riuscita copia stilistica di El Chivo.

Premiando La favorita (i cui giochi di luce, le inquadrature, le proporzioni e tutti gli altri dettagli che hanno reso la cinematography perfetta) avrebbero mostrato di possedere una raffinatezza visiva, per il momento non pervenuta.

Perché premiare Cuaron, dunque? In primo luogo si sa, agli Oscar amano il bianco e nero. In secondo luogo, forse più importante, assegnare meno di tre statuette a Roma avrebbe destato troppe perplessità e avrebbe determinato la rottura degli equilibri tanto faticosamente raggiunti. Un’altra categoria che vede un vincitore decretato non per effettiva qualità, ma per manovre dirigiste. In ogni caso, un buon vincitore.

Spielberg che viene, Spielberg che torna a mani vuote – Voto: 8 al valore degli effetti speciali di Ready Player One, e Voto: 3 alla scelta dell’Academy. La quale, ancora una volta, dimostra di non apprezzare il cinema di Spielberg. Ve lo ricordate quello Shakespeare in Love che beffò il soldato Ryan nel ’99? Ecco, stavolta è accaduto per i soli effetti speciali, ma il concetto è una variazione sul medesimo tema. E, a questo giro, era prioritario concedere qualche elemosina al film con Ryan Gosling.

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