L’alternanza scuola-lavoro e la sindrome di Mamma Stato

In Attualità, Società

Da qualche anno è obbligatorio, per diplomarsi, fare un certo numero di ore di alternanza scuola-lavoro in un’azienda. Nel dibattito pubblico la misura è sostenuta da chi la vede come un avviamento al lavoro dei giovani e osteggiata da chi denuncia veri e propri sfruttamenti obbligatori, ad esempio ragazzi mandati a chilometri da casa senza un rimborso spese a cucinare panini.

E hanno ragione entrambi, ma nessuno entra nel dettaglio del vero problema della misura: l’obbligatorietà. Questo è il tipico atteggiamento della sindrome di mamma Stato, che deve proteggerci e metterci sulla retta via.

La scuola superiore italiana è essenzialmente divisa in tre poli: uno liceale, che in linea di massima presuppone un continuo degli studi; uno professionale, che lo permette ma dove è appunto necessario raggiungere delle competenze professionali a volte difficilmente raggiungibili in un laboratorio scolastico; infine, a metà, il polo tecnico, che permette sia di lavorare subito sia di continuare gli studi abbastanza tranquillamente, soprattutto nel proprio campo.

Viene abbastanza naturale pensare che una misura unica sia abbastanza stolta, è così infatti. Escludendo il caso del professionale, infatti, la soluzione sarebbe renderla facoltativa.

E la ragione è patente: chi ha già in mente di andare avanti a studiare potrà prepararsi meglio, assistito dai propri docenti e con orari messi a disposizione dalla scuola. Invece, chi invece sa già che non andrà avanti potrà usufruire dell’alternanza, la quale potrà essere più adeguata alle richieste e alle necessità di scuole e alunni non dovendo più soddisfare una domanda elevata.

Perché, diciamocelo chiaramente, per un tecnico informatico è importante sapere, ad esempio, le basi dello sviluppo web e potrebbe apprenderle in alternanza. Ma se ha già chiaro che andrà all’università forse potrebbe trarre giovamento dall’apprendere meglio l’analisi matematica e la fisica, che non c’è nei programmi tecnici ma c’è nei test d’ingresso, rispetto ad una cosa che sarà fatta nei primi semestri dell’università in modo ben più approfondito.

Il problema è che un burocrate crede di poter decidere meglio di centinaia di migliaia di studenti senza conoscerne virtù, vizi e volontà: una sindrome molto diffusa in Italia, soprattutto nella scuola, dove ogni tanto salta fuori qualche deputato che deve illuminarci sulla necessità di introdurre in tutte le scuole, dal liceo più umanistico al professionale più pratico materie come storia dell’arte, perché “è il petrolio italiano”, come se l’ingegnere chimico lavorasse col petrolio italiano e non con quello vero.

E, certamente, ci sarà sempre chi farà una scelta sbagliata o che alla fine si rivela non fruttuosa. Ma quello avviene sempre, è parte delle regole del gioco. E non esiste libertà senza la libertà di fare errori.

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