Nessuna responsabilità, nessuna colpa

In Politica, Società

Quando una persona mediocre ottiene il ruolo di decisore pubblico tende a fare un pessimo lavoro e di questo ce ne rendiamo conto solo quando osserviamo i numeri.

Se la spesa pubblica cresce, la produttività viene disincentivata per fornire assistenza agli indigenti e vengono inserite nuove regole per equilibrare la società, ma  la qualità dei servizi offerti diminuisce, la qualità della vita degli ultimi peggiora e queste nuove regole si dimostrano più problematiche che risolutive, ci troviamo di fronte ad un dato di fatto: la nostra classe dirigente è innegabilmente inefficiente, goffa, potenzialmente pericolosa.

Il politico rappresenta da sempre una figura professionale controversa e c’è una sfiducia sistemica di fondo per cui tendiamo a votare il “meno peggio”, a deridere il governo e a fare lo stesso con l’opposizione.

 

E allora perché quando identifichiamo un problema pensiamo che l’intervento dei decisori pubblici possa risolverlo?

Perché c’è una tendenza radicata ad associare il concetto di “pubblico” al “popolo”, ad associare ciò che è “nazionale” a ciò che è “nostro”, ad associare la “regola” a qualcosa che produce “risultati”.

Ma niente potrebbe essere più lontano dalla realtà: il decisore pubblico, in un sistema centralizzato, è svincolato dalla responsabilità individuale.
Gli attori politici non hanno interesse a prendere decisioni risolutive, a produrre beneficio alla comunità, a comportarsi coerentemente e a soddisfare le esigenze della collettività per due motivi:

  • Fare bene e molto è terribilmente difficile. Nessuno sa con certezza cosa sia meglio per il bene della società, nessuno sa quale metodo sia più efficiente, e di certo chi dice di saperlo è disonesto.
  • Prendere decisioni impopolari, che molte volte significa fare il bene del paese, può compromettere la carriera politica. Queste decisioni anche se risolutive, comportano un calo non indifferente nei consensi. Ammesso e non concesso che il programma funzioni, questo attirerà l’attenzione dei concorrenti i quali troveranno il modo di renderlo impopolare al proprio elettorato e sicuramente, almeno in parte, a quello dell’avversario.

Dunque, generalmente, la politica si limita a discutere degli argomenti più caldi preconfezionati dall’opinione pubblica e a dichiarare coraggiose intenzioni, che si traducono in pavide ma costosissime riforme, da finanziare con i soldi dei contribuenti, o tramite il vertiginoso aumento del debito pubblico.

La tassazione e la pressione fiscale imposte nel nostro paese sono misure necessarie al mantenimento dell’ enorme macchina burocratica statale centralizzata e al sussidiare una serie di servizi  che si ritiene possano diventare inaccessibili se fossero forniti dal settore privato. Ciò conduce ad una progressiva ed inesorabile espansione del poteri del governo.

A prescindere dalle posizioni ideologiche, sarebbe auspicabile l’erogazione diretta o indiretta di servizi e il miglioramento nella qualità della vita, in modo quantomeno proporzionato all’enorme peso economico che tale macchina impone sulle spalle dei cittadini. Tuttavia, ciò non accade perché gran parte dei fondi finiscono in spese amministrative e in buchi neri non meglio identificati, facilmente riconducibili alla diffusa corruzione del nostro sistema politico.

Il quadro che ho dipinto è quello che un politologo definirebbe “crisi di accountability”: il politico non risponde del proprio operato perché è “lontano” dall’impatto che le proprie azioni hanno sul paese; ciò è il risultato di un sistema fortemente centralizzato e burocratizzato. Oltre ad essere sostanzialmente insostenibile a lungo termine, tale sistema produce per forza di cose inefficienza e irresponsabilità.

 

Dovremmo cercare di decentralizzare ed annacquare il più possibile il potere politico.

Uno stato grande e centralizzato non fa che difendere lo status quo che ha raggiunto e perde di utilità nei confronti della comunità. 

Sebbene una iniziale centralizzazione sia necessaria alla nascita e allo sviluppo di uno Stato-Nazione, ci sono casi particolarmente convincenti che dimostrano come la decentralizzazione del potere politico nei paesi più sviluppati sia la chiave del successo.

Promuovere uno stato minimo e il più possibile lontano dalla vita dei cittadini sembra essere il metodo migliore per garantire lo sviluppo economico e sociale all’interno della comunità.  Eliminare dall’equazione le enormi spese amministrative imposte dal sistema centralizzato non solo permetterebbe tasse più basse, ma garantirebbe anche la possibilità di finanziare direttamente associazioni locali no profit e organizzazioni non governative che si possano occupare dei più deboli in modo molto più efficace e attivo rispetto allo stato.

Inoltre un sistema fortemente dispersivo è ottimo dal punto di vista della accountability.

Infatti, se il decisore pubblico non ha potere sull’intera collettività ma solo su una cerchia ristretta di contribuenti, magari suoi concittadini e colleghi, la propria responsabilità graverà maggiormente sulla salute del proprio ruolo istituzionale: un amministratore locale a cui è direttamente riconducibile un insuccesso avrà molta difficoltà ad essere rieletto durante la legislatura successiva. Inoltre, sarà più facile mettere la cittadinanza in condizione di sfidarlo sia a livello legale, in caso di presunti reati, sia a livello elettorale, in caso di pura inettitudine, senza dover prima rispondere ad un organo centrale che funge da scudo agli amministratori inefficienti.

In conclusione, la grave crisi politica a cui stiamo andando incontro può essere mitigata da una riorganizzazione del potere politico in senso più decentrato e responsabile.

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