Ridurre le ore di lavoro? Non se ne parla

In Politica, Società

Recentemente il presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, ha fatto una proposta sul lavoro. Secondo lui, è necessario diminuire le ore di lavoro mantenendo lo stesso stipendio mensile. A suo dire, la seguente proposta avrebbe i seguenti punti a favore.

– Più tempo libero per chi lavora
– Più assunzioni
– Più possibilità che ciascuno contribuisca per il sistema pensionistico.

In realtà, sono tante le motivazioni per cui mi considero sfavorevole alla proposta politica avanzata da Tridico.

In primis, chi è Tridico?

Pasquale Tridico, economista e professore di Economia del Lavoro e Politica Economica all’Università Roma Tre. Il professore è sempre stato tra le primissime preferenze del consiglio dei ministri, nonché favorito dal leader del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, che lo indicò precedentemente come responsabile del welfare.

Inoltre, lo stesso professore è spesso accreditato come autore di lavori accademici sul tema di “disuguaglianze e distribuzione del reddito“, “economia del lavoro e mercato del lavoro“.

La proposta di ridurre le ore di lavoro è stata fatta in occasione dell’evento inaugurale del Master in Economia della Sapienza, dal titolo: “Le diseguaglianze nel capitalismo finanziario“.

Proposta politica pessimista

La proposta politica ispira pessimismo. Non lo dico per pregiudizio, sono le motivazioni a sostegno della proposta portate avanti dallo stesso Tridico a confermarlo. Il presupposto è “lavorare meno, per lavorare tutti“.

Il pregiudizio pessimista è dello stesso Tridico. Seguendo la sua logica, se lavora uno potrebbe essere che non lavori un’altra persona. Non solo, ma secondo il presidente dell’INPS, non può esserci concorrenza tra lavoratori. Esattamente, lui considera colpevole il capitalismo di creare una concorrenza, che provoca vincitori e vinti, provocando disuguaglianze nella società.

In quanto seguaci di una filosofia che nega relazioni di interdipendenza tra soggetti umani (individualismo) non possiamo far altro che dissentire da questi principi.

La concorrenza tra le aziende è un dato di fatto tanto quanto quella tra i lavoratori. Non credo nelle forze collettive, ma nelle qualità degli individui. Pertanto, i lavoratori non devono vivere nella consapevolezza che il lavoro sia un traguardo facilmente ottenibile, bensì che il lavoro sia difficile ottenerlo tanto quanto mantenerlo.

Siamo tutti d’accordo che non bisogna vivere per lavorare, ma dobbiamo anche essere d’accordo sul fatto che il lavoro è la prima proprietà privata della persona che gli permette benessere, soddisfazioni, libertà e indipendenza.

Penalizza il lavoro di qualità

Se il principio è “lavorare meno, per lavorare tutti”, come possiamo pretendere di rendere il made in Italy di qualità? Come possiamo pretendere di migliorare la qualità delle aziende in Italia e che il lavoratore possa diventare sempre più qualificato?

Fino agli anni ottanta, in Italia molti riuscivano ad ottenere un lavoro e chi lo perdeva si consolava con un’altra occupazione in tempi brevi. Questo ha provocato due risultati inevitabili. Il primo è che le aziende italiane, efficienti negli anni cinquanta-sessanta, sono diventate, dal novanta e nei primi del duemila, sempre più obsolete e poco innovative rispetto al mondo. Il secondo è che il lavoratore, cullato dal fatto che non sarebbe mai rimasto disoccupato, non è mai stato stimolato a investire sul suo capitale professionale. Infatti, i primi a soffrire della crisi 2007 e successivi, sono state proprio le persone over 50 anni, ex operai, con a malapena la licenza media, abituato ai lavori manuali.

Riformare il sistema pensionistico, no la vita del lavoratore

Visto che la proposta è stata fatta dal presidente dell’INPS, non possiamo non affrontare la proposta dal punto di vista previdenziale. Anche perché la proposta ha come obiettivo quello di “lavorare meno, per lavorare tutti”.

Considerando che l’Italia, lavorativamente parlando, è divisa in 4 categorie: abbiamo i lavoratori, sempre più in minoranza; abbiamo gli imprenditori o i liberi professionisti, sempre più aggrediti dal fisco; abbiamo i pensionati, sempre più in maggioranza; infine, ci sono le new entry (giovani, immigrati, ex casalinghe) che fanno fatica ad entrare nel mondo del lavoro. Tridico vorrebbe permettere alle new entry di entrare stabilmente nel mondo del lavoro rafforzando il regime previdenziale, facendo lavorare meno ore il lavoratore “stabile”. Tutto bello, tutto fantastico, almeno nelle favole. Peccato che, come in tutte le altre situazioni, ogni proposta socialstatalista deve fare i conti con la realtà. Infatti, la proposta di Tridico potrebbe essere l’ennesimo costo in più per il datore di lavoro.

Ipotizziamo lo stipendio lordo di un lavoratore sia di circa 30000€. Il datore di lavoro, per ciascun lavoratore, ha un costo per quanto riguarda gli oneri previdenziali intorno al 30-31%. Ebbene, questo vuol dire che per gli aspetti previdenziali, il datore di lavoro dovrà versare per il suo dipendente una cifra intorno ai 9000€.
Pertanto, se noi rispettiamo la proposta di Tridico, ossia lavorare meno mantenendo lo stesso stipendio, un lavoratore porterà meno benefici e meno produttività alla sua azienda, ma in proporzione porterà più costi.
Non solo, ma se un lavoratore dovrà lavorare meno ore (ipotizziamo 6 ore giornaliere), dovrà essere assunta un’altra persona che farà le sue stesse ore. In questo caso, il calcolo diventa abnorme, in quanto il datore di lavoro dovrà tenere conto di 60000€ per lo stipendio lordo e versare una cifra intorno ai 18000€ per gli oneri previdenziali. Quindi, se assumere un lavoratore per 8 ore costa al datore di lavoro 40000€ annui, per assumerne due e per coprire 12 ore lavorative lo stesso datore di lavoro avrà un costo di 80000€. Stiamo parlando di un costo orario annuale per lavoratore di 6666€ contro gli attuali 5000€.

Poi, non vi dovete sorprendere del perché aumentano i contratti occasionali o a breve termine. Voi volete la solidarietà sociale, la giustizia sociale? Bene, quando diventeremo sempre più poveri, sarete più contenti.

Una professoressa di giurisprudenza che insegna nell’Università della città di Genova (non farò il nome), ha detto qualche settimana fa che “è impossibile che lo stato non intervenga sul mercato del lavoro“. La stessa ex Ministra Elsa Fornero disse due mesi fa in un convegno a Torino che la “concorrenza nel mercato del lavoro nasce squilibrata e deve essere regolata”.

Lo scopo di questo articolo è dimostrare, seppur con poche parole, che ogni qualvolta lo Stato mette mano sul mercato e sulla vita delle persone, riesce solo a provocare ulteriori problemi.
Iniziamo a diffondere la cultura della concorrenza tra i lavoratori, perché l’unica chiave che ci permetterebbe di diventare un paese migliore.

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