L’Iran Paese ospite al prossimo Salone del Libro è un insulto alla democrazia

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Neanche il tempo di concludere la trentaduesima edizione del Salone del Libro e le settimane di polemiche che l’hanno preceduta, che subito si innesca il focolaio per la kermesse del 2020. Ad aprire il dibattito ci pensano stavolta gli emissari iraniani della Tehran International Book Fair – evento da 4 milioni di visitatori annui, che in confronto SalTo fa la figura di una sagra di borgata –, che assai candidamente hanno proposto il proprio Paese come prossimo “ospite” (la tradizione del Paese ospite è ormai consolidata al Salone, con le dovute variazioni sul tema: quest’anno la scelta è ricaduta su una lingua, lo spagnolo, in luogo di una specifica nazione).

La comparizione della delegazione iraniana – avvenuta nel corso del sabato salonistico – non è stata fulminea ed inaspettata: fa seguito, infatti, alla presenza dell’Italia quale Paese ospitato due anni fa. Gesto che porto l’allora presidente del Salone, Massimo Bray, a volare nella metropoli mediorientale per imbastire un progetto di ricambio del favore. Che non si concretizzò nel 2018, ultimo anno di Bray alla presidenza, quando ad essere ospitati furono i cugini d’oltralpe, e che non ha trovato risoluzione nel corso della – tormentatissima e aleatoria – corsa verso l’edizione 2019.

Già quest’anno da più parti si sono levate ulteriori polemiche (che si sommano a quelle ormai note che coinvolgono Salvini, Altaforte, la direzione di SalTo, Appendino, Bussetti e Chiamparino) per la presunta imposizione del velo al primo cittadino torinese da parte degli standisti di Sharja, città-emirato del Golfo Persico selezionata per essere città ospite alla trentaduesima tornata della manifestazione. Di imposizione non si è trattato, e a risultare degno di nota è piuttosto il fatto che l’emiro in persona è accorso a Torino portandosi appresso denaro, collaboratori (più di centoventi) e investitori al seguito.

Troveremo tra le fila degli indignados, come spesso accaduto, coloro a cui non va giù la presenza stessa di uno stand pullulante di arabi. Ma poco importa. Probabilmente non sono a conoscenza del ruolo di primo piano culturale che il ricco emirato riveste nel panorama mediorientale. Senza contare il grado di libertà e tutela di cui godono artisti, scrittori ed editori nel piccolo Eden mediorientale, che ha meritato la nomina dall’UNESCO a Capitale Mondiale del Libro 2019.

Ho sviscerato un po’ i social, cercando riferimenti alla possibile scelta dell’Iran quale futuribile Paese ospite. Ne parla giusto il solito Corriere. Altre testate non pervenute, come d’abitudine. Ma tutti che citano il “clamoroso” caso di Appendino con il velo. E tutti gli accaniti commentatori seriali che riversano odio e insulti per un gesto che di eclatante ha ben poco. Ignorando che, in un clima di generale silenzio, una delle principali manifestazioni culturali nazionali potrebbe aprire le porte a uno Stato che ha fatto della violazione dei diritti umani un leitmotiv della propria prassi politica. Non è certo un insulto ai valori fondanti dell’esperienza storica europea indossare un velo. Si tratta di un banalissimo gesto, che può essere visto come forma di rispetto e avvicinamento a una cultura da noi distante.

L’insulto è pensare che un faro della cultura e della divulgazione, qual è il Salone del Libro torinese, possa convolare a nozze e garantire visibilità a un governo, quello di Tehran, che uccide la cultura dell’humanitas e i valori luminari di democrazia, tolleranza e libertà. I quali, specie in passaggi storici come quello attuale, vanno difesi con le unghie e coi denti da chi nella democrazia prospera, ma che vorrebbe sovvertirla: si chiamino suprematisti bianchi, estremisti islamici, stalinisti o fascisti.

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