Combattere per la Libertà e resistere alla cultura collettivista

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Negozi chiusi di domenica, 40.000 posti di lavoro a rischio, recessione tecnica… problemi reali? Macché!

Noi che crediamo nella manina invisibile sappiamo che, di qui a breve, schizzeranno alle stelle le vendite di coperte e le visualizzazioni sulle piattaforme di streaming. Sicché il dì santo assumerà altri connotati. Probabilmente non quelli auspicati dai tutori e dai pianificatori, che pensavano di riempire il cuore a una pletora di lavoratori sfruttati. Salvo poi essere smentiti da un popolo masochista.

Popolo, popolo, popolo…

Ripeto a voce questa parola, la penso e la scrivo. Ché in nome di tal popolo dovrebbe essere amministrata la Cosa Pubblica; in nome della sua volontà. Così si va dicendo, perlomeno.

Ma l’evidenza dei fatti dimostra tutt’altro: mostra come gli eletti si autoproclamino interpreti del desiderio collettivo; sacerdoti dell’industria; profeti del giusto. Laddove “giusto” significa immancabilmente pestare i piedi alla libera iniziativa.

E dire che ci abbiamo creduto, che come polli allo spiedo siamo cascati nelle maglie del Governo del Cambiamento. Il quale si è indebitato come un matto durante la campagna elettorale ed ora inizia già a chiedere il conto.

Il tutto all’interno di un canovaccio che muta solo la punteggiatura, ma non i suoi aspetti essenziali.

Ma sì… poche lagne, liberali. Ormai tutto il mondo sa che l’origine del fallimento siete voi, grazie al prezioso apporto che gli scienziati sociali hanno dato alla conoscenza collettiva.

E c’è da dire che questi scienziati, o Competenti che dir si voglia, ci hanno visto lungo: ché tanti individualisti quanti ne siedono nei parlamenti, non li trovi! Nemmeno nelle contrade cittadine è facile trovare un numero sì alto di persone che si fanno i cazzi propri. Specie oggi, che i negozi sono sul punto di chiudere i battenti.

Ma qui, adesso, non si può liquidare il tutto come semplice bagatella, come screzio, come buffetto o come male transitorio. Qui c’è qualcosa che non funziona.

Dalla giustizia all’economia, dalla cultura alla politica, c’è un impercettibile filo rosso che lega tutto in uno scomposto mazzo di rose bianche, gialle, azzurre, viola e verdi. C’è una democrazia incompiuta e un individuo che non vede tutelate le sue ataviche garanzie, tra le quali non figurano certo fesserie come le disuguaglianze, il gender wage gap, il sessismo bianco o il razzismo arcobaleno.

Si blatera senza sosta di diritti, senonché questi rimangono esposti in bella vista sulla carta costituzionale. Ma la libera impresa e il dialogo senza restrizioni sono sogni che si avverano solo laddove il diritto che dovrebbe tutelarci ancora non arriva a interferire: ai pranzi, alle cene e agli aperitivi. E grazie al Kautsky!

Frattanto il socialismo fossilizza il suo dominio con il beneplacito dello Stato.

Ciò non è per noi di buon auspicio, ma è un grosso incentivo per l’avvenire: ché può spronarci a combattere più di quanto già non siamo impegnati a fare. Affinché non si ruggisca soltanto, ma si tirino fuori gli artigli. Come delle tigri. Come dei leoni. Come degli individualisti feroci.

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