Minatori e pastori: Il male delle aziende protette dallo Stato

In Economia

Poche settimane fa abbiamo visto la crisi dei pastori sardi, con tutta la politica che invocava l’intervento statale: chi meno, come Antonio Tajani che ha proposto l’uso di fondi UE per progetti in grado di modernizzare e far conoscere il settore, chi più, come il vicepremier Matteo Salvini che ha ribadito la necessità “che lo Stato torni a fare lo Stato” e che metta un prezzo minimo di contrattazione.

I meno giovani di noi si ricorderanno i minatori britannici, il cui licenziamento iniziò già durante il governo laburista precedente ma viene tipicamente imputato a Margaret Thatcher, che attuò politiche di smantellamento più forti.

Entrambi questi casi hanno in comune due cose:

  1. La prima, di essere lavori manuali, faticosi e che in Stati meno ricchi costano di meno pur producendo un prodotto analogo. Il carbone, già da inizio anni ’70, costava meno come prodotto da importazione che come prodotto da estrazione in loco. La stessa cosa vale per il latte sardo che, eccetto che per le produzioni tutelate dov’è obbligatorio utilizzare latte locale, può essere sostituito da latte straniero munto in Paesi dove il lavoro viene pagato meno e un ricavo che per un pastore sardo è perdita per un pastore locale è un buon incasso.
  2. La seconda, di essere stati protetti dallo Stato. Nel Regno Unito le miniere erano così infruttuose che ebbero bisogno di essere nazionalizzate. In sostanza i britannici pagavano parte delle proprie tasse per permettere ai minatori di lavorare e il loro sindacato aveva un vero e proprio potere politico, non eletto da nessuno, di decidere sulle attività parlamentari e governative. Ovviamente alla Lady di ferro tutto ciò non andava bene: era inaccettabile che un’azienda inefficiente dovesse andare avanti a spese dei contribuenti, specie se era ormai una vera lobby.

La sua lotta fu fruttuosa: le miniere vennero chiuse, ottenne ampio consenso elettorale e oggi l’economia del Regno Unito va decisamente meglio di molte altre; oltre ad una bassa disoccupazione si è vista un’evoluzione economica che ha portato il Paese a puntare di più sul settore terziario e sulle industrie specialistiche, come l’aerospaziale, oltre che sul petrolio.

Nel caso sardo l’intervento statale ed europeo non ha fatto altro che prolungare il calvario: qualsiasi attività che ha bisogno di sostegno a lungo prima o poi arriverà al punto in cui questo sostegno sarà così costoso che una comunità, per quanto ben intortata a considerare i sussidi come “aiuto al Made in Italy“, non vorrà più pagarlo. E in tal caso il fallimento sarà ancora più disastroso, perché i soldi e il tempo che lo Stato avrebbe potuto usare per favorire una migrazione ordinata e non traumatica è stato sprecato per mantenere lo status quo.

Inoltre, come ben fa notare il Principe del Liechtenstein Giovanni Adamo II, che regna su di un Paese con poche risorse che dunque ha necessità di commerciare col mondo, il sostegno statale alle imprese e il protezionismo hanno come conseguenza un rallentamento tecnologico che, se perdurante, rende impossibile salvare quel settore economico.

Vediamo bene come pochi siano i marchi italiani internazionali e in quale  stato tecnologico versi nostra agricoltura, ultraprotetta, che adopera moderni servi della gleba per andare avanti. E più la proteggeremo, più quando non sarà possibile proteggerla il disastro, economico e sociale, sarà duro.

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