Conoscenza e ignoranza: uno sguardo liberale

In Attualità, Politica, Società

La scelta di acquisizione di informazioni politiche

Tutte, o quasi, le scelte comportano sempre un qualche bilanciamento tra un aspetto strumentale e uno espressivo. Per esempio possiamo scegliere di comprare un Nokia sia per un nostro bisogno personale (aspetto strumentale) sia perché ci piace particolarmente rispetto a un Samsung (aspetto espressivo). Nelle scelte di mercato questi due aspetti tendono ad equivalersi ma in altre scelte no.

Venendo al caso della scelta di acquisizione di informazioni politiche (Democracy and Political Ignorance, Ilya Somin 2013), osserviamo che anche in questa circostanza abbiamo un aspetto strumentale e uno espressivo, ma, a differenza delle scelte di mercato, il bilanciamento tra i due aspetti è molto diverso (in assenza di scorciatoie informative, assunzione importante).

Notiamo infatti che l’aspetto strumentale è riconducibile al fatto che si decide di acquisire informazioni politiche perché queste ci aiutano a produrre una scelta politica migliore che permetterà di accrescere il nostro benessere o quello altrui.

Questo aspetto presenta però alcune criticità e, nello specifico, individuiamo 2 limiti che si riferiscono da un lato alla probabilità di essere decisivi per ciascun elettore e dall’altro a un problema di azione collettiva. Poiché vi è sempre una probabilità infinitesima che un voto ben informato influenzi realmente gli esiti elettorali, ciascun elettore sarà scarsamente incentivato ad aumentare la propria conoscenza della politica e questo comporta che il ruolo dell’aspetto strumentale, nella scelta di acquistare informazioni politiche, passa in secondo piano.

Il secondo limite, che è direttamente collegato a quanto finora detto, riguarda il problema di azione collettiva. D’altronde, se il resto dell’elettorato ha un basso livello di conoscenza politica, e questo è in qualche modo noto a tutti, il singolo elettore non può migliorare i risultati elettorali solamente diventando egli stesso bene informato. Ne consegue che, ancora una volta, l’aspetto strumentale giocherà un ruolo marginale (eccezion fatta per gli utilizzatori professionali di informazioni politiche).

Questo però non significa che nessun elettore si informerà, infatti, venendo all’aspetto espressivo, esso acquista un ruolo ben lungi dal poter essere considerato trascurabile. In questo senso avremo che gli elettori acquisteranno pochissima o nessuna informazione allo scopo di votare, ma alcuni elettori acquisiranno informazioni per altre ragioni. In particolare, si acquisisce informazione politica perché la si trova interessante di per sé, questo è l’aspetto espressivo. Per esempio, si decide di acquistare informazioni su Valentino Rossi non al fine di migliorare gli esiti delle sue gare ma per il fatto che si trova piacevole o interessante informarsi. In modo simile per l’informazione politica, quello che conta è il suo valore di intrattenimento, indipendentemente dalla sua utilità per la scelta del voto.

Il fatto che nella scelta di acquistare informazioni politiche l’aspetto espressivo gioca un ruolo superiore rispetto a quello strumentale ha delle conseguenze prevedibili non affatto banali.

L’ignoranza razionale e il Paradosso di Condorcet

Una di queste conseguenze è l”ignoranza razionale”, ovvero che può essere del tutto razionale essere ignoranti in termini di politica, dato lo scarso ruolo strumentale. La sfida posta dall’ignoranza politica riguarda il fatto che il comportamento che è razionale da un punto di vista individuale può però avere effetti negativi sulla società nel suo insieme. Quello che otteniamo non è altro che il Paradosso di Condorcet (Principles of Comparative Politics, W.R. Clark, M. Golder, S.N. Golder) il quale mostra che un gruppo composto da individui con preferenze razionali non ha necessariamente preferenze razionali come collettività. La razionalità individuale non è sufficiente a garantire la razionalità collettiva. Il Paradosso di Condorcet apre le porte a 3 ulteriori problemi.

Un esempio di Paradosso di Condorcet che mostra come la transitività delle preferenze individuali non necessariamente porta a transitività nelle preferenze collettive. Infatti se Remain > May Deal e No Deal > Remain, allora No Deal > May Deal, ma, osservando i grafici, ciò non si verifica.

Il primo è relativo alla Responsiveness, ovvero la capacità che ha la classe politica di essere rispondente alle preferenze dei cittadine espresse attraverso il voto. Se gli individui però non acquistano informazioni politiche perché non è razionale, anche lo stesso ruolo della responsiveness viene meno perché vi è incertezza sulle preferenze dei cittadini.

Il secondo problema rinvia al concetto di Accountability, ovvero la misura in cui gli elettori possono “premiare” o “punire” i partiti per le policy che attuano durante il loro mandato. In termini, ahinoi, più attuali, l’accountability descrive quanto è facile per gli elettori “mandare a casa gli incapaci”. Infatti, se gli elettori non acquistano informazioni politiche, non saranno in grado di giudicare il comportamento della classe politica. Questo aspetto viene però anticipato dalla classe politica (Game Theory) e ciò, considerando la responsiveness come input e l’accountability come output della politica, comporta un ulteriore problema, sollevato per la maggiore dai media, di manipolazione che Bryan Caplan chiama “irrazionalità razionale” resa possibile dal fatto che acquistare informazioni politiche non è razionale.

Per irrazionalità razionale si intende una situazione in cui gli elettori che sono razionalmente ignoranti possono regolare non solo la quantità di informazione eventualmente acquisita, ma anche il grado di razionalità con il quale elaborano l’informazione di cui dispongono. Questo perché, se l’obiettivo di acquistare informazioni è infatti principalmente espressivo, allora si può ricercare informazione politica principalmente per godere della soddisfazione emotiva di trovare conferme delle proprie posizioni preesistenti, indipendentemente dalla stravaganza o meno delle informazioni. In questo senso l’elettore ha dunque un beneficio (razionale) ad essere irrazionale nel modo in cui analizza l’informazione, ovvero ad elaborare l’informazione politica in un modo fortemente distorto per confermare idee e pregiudizi preesistenti (confirmation bias).

Il problema della manipolazione però non è vero (Curini 2018) perché se gli individui consumano informazioni per autoperpetuare le proprie posizioni, questo fatto stesso implica che non sono manipolabili semplicemente perché manipolare qualcuno significare cambiarne le preferenze. Se noi però consumiamo solamente informazioni coerenti con le nostre preferenze, anche notizie palesemente false come le fake-news, queste non modificheranno il nostro comportamento e le nostre preferenze, semmai le rafforzano (da qui il fatto che le fake news non incidono sugli esiti elettorali).

Di fronte a questo problema, la soluzione non riguarda l’offerta di informazioni, bensì la domanda.

Le soluzioni (?)

Ciò significa che, alla luce del fatto che l’acquisizione di informazioni politiche è legata all’aspetto espressivo piuttosto che a quello strumentale, è necessario rafforzare scelte istituzionali in cui l’aspetto strumentale è molto più importante. In questo senso “votare con i piedi” (p.es. come Gèrard Depardieu che aveva minacciato di rinunciare al passaporto francese per protesta contro le tasse troppo alte in Francia), federalismo e libero mercato (le scelte di mercato, come abbiamo visto, presentano aspetti strumentali più rilevanti) rafforzano gli incentivi strumentali perché, a differenza di coloro che votano con la scheda nell’urna elettorale (la cui possibilità di incidere globalmente sugli esiti è tendente allo zero), chi vota con i piedi sa che le proprie decisioni non saranno indifferenti.

Se per esempio un imprenditore deve decidere se spostare la sua impresa dal Michigan al Tennesse, acquisirà informazioni politiche con un aspetto strumentale decisamente elevato. I politici, ovviamente, anticipano questo e se il governatore del Michigan sa che quell’individuo sta pensando di spostarsi o meno e che dunque sarà incentivato ad acquisire informazioni politiche, avrà maggiori incentivi a “comportarsi meglio” in termini di proposte di policy e responsiveness. Inoltre uno stato meno potente e presente è più semplice da capire e dunque acquistare informazioni sul suo conto diventa più semplice e meno costoso in termini di comprensione e ciò comporta un aumento dell’accountability.

Quindi, il punto è il seguente: come affrontare i problemi di informazione politica (assumendo siano rilevanti) tipici di una democrazia e quindi il venir meno della responsiveness e dell’accountability?
Bisognerebbe dare più spazio al federalismo e al mercato, cioè dare spazio a tutte quelle scelte in cui si vota con i piedi perché ciò rafforza l’incentivo strumentale dei cittadini ad acquistare informazioni politiche.

Questo è il ragionamento di Ilya Somin che fin qui è molto coerente, alla luce di quanto è stato visto.

La critica

A questo punto però un’ulteriore domanda è lecito porsi: elettori più informati producono una buona scelta? In televisione, sui social media e sui giornali, a seguito della Brexit e dell’elezione di Trump si parla spesso del “popolo ignorante” che vota producendo esiti catastrofici.

In questo senso, se riuscissimo a prendere i cittadini che sono informati sulla politica da un punto di vista fattuale perché qualcuno ha un incentivo ad acquistare informazioni (accademici, giornalisti, intellettuali e così via) e votassero solamente loro, produrrebbero un buon esito, o meglio, una scelta coerente con uno stato minimo? La risposta non è così immediata, anche alla luce di quanto abbiamo visto.

Da ciò ne segue che giustificare lo stato minimo e il libero mercato come soluzioni all’ignoranza razionale risulta debole perché si potrebbero benissimo sostenere sistemi per discriminare gli elettori poco informati (da qui la differenza tra il liberal e il liberale con la “e”). Sarebbe dunque più ragionevole, da liberali, sostenere e promuovere lo stato minimo e il libero mercato da un punto di vista deontologico e consequenziale, ovvero difendere stato minimo e libero mercato perché producono più libertà (che è un valore in sé) o sulla base del fatto che, per esempio, uno stato con un mercato più libero funziona meglio o perché migliora i tassi di disoccupazione ecc. (Curini 2018)

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