Un giro per l’Italia percepita

In Attualità, Società

Uno dei trend politici più divertenti da seguire negli ultimi anni è quello dell’epiteto “analfabeta funzionale”, ossia l’incapacità (come ci spiega Wikipedia) di utilizzare in modo efficiente le skill di comprensione, comunicazione e calcolo nella vita quotidiana. Quest’accusa è diventata in breve tempo un topos della bagarre sui social in cui, generalmente, i sostenitori dei partiti più istituzionali tacciano di analfabetismo funzionale gli avversari dei partiti populisti.

Al di là dell’utilizzo dialettico di questo concetto, è ormai noto da tempo il dramma dell’analfabetismo funzionale: l’incapacità di svolgere semplici operazioni. A tutti sarà capitato questo o quel parente che ha bisogno di aiuto nell’interpretare un libretto d’istruzioni o che vi manda l’ennesimo articolo bislacco da cui è riuscito ad estrapolare informazioni scorrette, Dio solo sa con quale arzigogolato ragionamento.

In fin dei conti, alla base di questo fenomeno che sta giustamente entrando al centro del dibattito pubblico dei Paesi occidentali, c’è una complessiva e grave incapacità di interpretare i dati. La realtà è che non è sempre semplice estrapolare dal dato grezzo un concetto o un’idea; ecco dunque da dove nasce la necessità di un meccanismo di divulgazione il più possibile imparziale ed efficiente. Esatto, un divulgatore imparziale

Già, perché non è sufficiente consegnare un dato che sia meramente corretto per assicurarne una lettura “univoca” e realistica. La scelta dell’unità di misura, dell’espressione in percentuale, dell’elaborazione del dato, così come la scelta di utilizzare un dato istantaneo (ossia riferito ad un solo momento) oppure decidere di affiancargli l’andamento storico, ma anche della resa grafica o addirittura dei colori, rappresentano tutti elementi critici nel guidare l’utilizzatore alla comprensione del dato. A trattare in maniera più che esaustiva questo tema, in un libretto compatto ma assolutamente interessante, sono Dino Pesole e Roberto Basso in “L’economia percepita. Dati, comunicazione e consenso nell’era digitale”.

Da questa realtà così evidente, dunque, nasce una frattura che ha del metafisico: quella tra il Paese reale ed il Paese percepito. D’altro canto, se una buona fetta della popolazione non è in grado di interpretare in modo corretto i dati ed un’altra è fuorviata dalla loro presentazione, è palese che non ci possa essere omogeneità tra la realtà e ciò che la gente immagina sia la suddetta realtà.

Ad aiutarci a fare un tuffo in questa magica terra che è l’Italia percepita ci pensa Ipsos, che con il suo “Perils of perception 2018” fotografa la percezione della propria patria da parte dei cittadini di 37 Paesi.

In primis, una “buona” notizia: l’Italia si piazza diciottesima (su 37) nel misperceptions index, ossia l’indice complessivo che misura il bias (la distorsione, ndr) tra realtà e percezione. Non si tratterà di un gran risultato, ma ci permette di tirare un sospiro di sollievo davanti alla civilissima Germania ed all’altrettanto civile Belgio.

Andiamo un po’ a quantificare questo fossato che divide realtà e percezione. Partiamo da un dato di cui si parla molto, un dato che è sulla penna dei giornalisti almeno quattro volte a settimana: il tasso di disoccupazione. Nel Paese percepito, ben più di un italiano su tre è disoccupato (38%), un dato catastrofico se paragonato al reale 11%; ci viene spontaneo chiederci se quest’impressione non sia influenzata dal dato sulla disoccupazione giovanile, che sfiora picchi del 31,7% nella fascia 14-24 anni.

Se vogliamo rimanere in tema economico, tutti sappiamo (o almeno così speravo) che l’Italia mantiene, in qualche modo, il posto di ottava economia mondiale. Non solo: l’Italia rappresenta la quinta economia europea e la terza manifattura europea (dati Eurostat). Bene, nel Paese percepito si scivola di ben sessantuno posizioni. Un dato decisamente divertente che rappresenta bene il celeberrimo “pessimismo” italiano, per cui ogni cosa in questo Paese non funziona, nemmeno quello che funziona.

In realtà, è interessante capire da dove emerga una percezione tanto distorta. Per lo più si lega alla natura induttivista del ragionamento umano: partendo dalle esperienze quotidiane, che oggi sono allargate a ciò che i media ci comunicano incessantemente, formuliamo le nostre (distorte) opinioni sul mondo. Le forze politiche di opposizione che si appendono ad ogni notizia, i giornali spesso eccessivamente critici, i “negozi che chiudono continuamente”, le notizie di licenziamenti che sembrano quotidiani, l’idea di precariato ecc. sono tutte informazioni negative che entrano di prepotenza nell’immaginario pubblico e surclassano naturalmente le informazioni positive.

Si tratta di un fenomeno piuttosto noto: a causa del nostro istinto di sopravvivenza siamo biologicamente spinti a prestare maggior attenzione alle informazioni negative rispetto a quelle positive, poiché il senso di pericolo è biologicamente più utile del senso di quiete o di soddisfazione. È proprio questa nostra connotazione animalesca che, a parità di input positivi e negativi, ci induce comunque a vedere il bicchiere mezzo vuoto.

Torniamo al Paese percepito: un tema sicuramente chiave del dibattito politico italiano è quello della previdenza sociale ed, in particolare, delle pensioni. Quasi quotidianamente ascoltiamo che le pensioni sono troppo basse, i pensionati sono troppi e che i giovani la pensione probabilmente non la percepiranno mai; e ancora: i baby boomer, i baby pensionati, la riforma Fornero, le lacrime e il sangue, Quota 100 e chi più ne ha più ne metta. Se vogliamo andare alla radice della questione, però, ci sono gli anziani. Sì, ma quanti sono gli anziani? Anche se a primo acchito saremmo tentati a dire “troppi” (sempre se il lettore non è un boomer, in tal caso l’argomento sarebbe più complesso), l’Italia percepita ha una risposta per noi: due su tre. Ecco, secondo gli italiani solo un cittadino su tre, il 35%, ha meno di sessantacinque anni. Inutile dire che questo dato è fortemente distorto: nonostante la terribile crisi demografica che stiamo attraversando, gli over 65 rappresentano solo un terzo della popolazione del bel Paese.

Altro tema caldo e caro al governo attualmente in carica, il governo Gialloverde, è l’immigrazione. Se, da un lato, è innegabile che la crisi migratoria sia uno degli eventi socialmente più incisivi di questo inizio millennio, considerando che l’Unione Europea ha concesso la cittadinanza a quasi un milione di individui nel 2016, dall’altro è stato innalzato a cavallo di battaglia da una buona fetta delle opposizioni politiche europee tra il 2012 ed il 2016. Per rimanere nel merito di quell’anno, il Paese ad aver ospitato il maggior numero di immigrati è stata la Germania, la quale ha registrato oltre un milione di nuovi individui. Immagino riteniate interessante che, in termini relativi al numero di abitanti, la “medaglia accoglienza” se la guadagna il Lussemburgo con 39 immigrati per cittadino.

Ma quanti sono gli immigrati nel famigerato Paese percepito? Beh, stando ai nostri connazionali intervistati, la quota sarebbe del 28%. Un numero enorme, se considerate che si tratta di circa 15 milioni e mezzo di persone. La realtà, però, è leggermente diversa: gli immigrati in Italia sono circa il 10% della popolazione, un terzo del dato stimato dai cittadini italiani.

Strettamente correlato al dato sull’immigrazione, sia nella realtà che nella mente dei cittadini, è la religione. L’Italia è, nel bene e nel male, un Paese dalla lunga tradizione cattolica; una tradizione che affonda sicuramente le sue radici nella storia, nell’arte e nel modo di vivere dei nostri contemporanei, basti considerare l’influenza che ha la tradizione democristiana sui partiti odierni.

Fanno parte della nostra cronaca quotidiana le battaglie per i crocefissi nei luoghi pubblici, le proteste contro l’apertura di luoghi di culto alieni (in particolare le moschee) e la rumorosa presenza di minoranze fortemente conservatrici in ambito civile e sociale. Quel che passa dai media, spesso, è che per una buona fetta dei cittadini lo stato è troppo laico.

E qui tornano gli immigrati ed il celeberrimo concetto del “non possiamo convivere, loro sono troppo diversi”, riferito ovviamente ai mussulmani. Ma quanti sono i cittadini italiani di fede islamica? Se passeggiassimo per il Paese percepito, ben un passante ogni cinque indosserebbe il burqa o la dishdasha (la tipica tunica bianca generalmente indossata dagli uomini, ndr). Ovviamente anche questo dato è completamente falsato. I residenti in Italia ad aderire alla fede islamica non sono il 20% ma il 5%.

Quali sono gli effetti di questa misperception sulla nostra vita quotidiana? Sicuramente il termometro più efficace di cui noi tutti siamo forniti sono le cene di famiglia, quei magici eventi in cui possiamo confrontarci con parenti solitamente dalla più disparata estrazione socio-economica. Quegli stessi parenti che non mancano di buttare sul politico la discussione, elogiando o criticando di volta in volta questa o quella scelta del governo, portando improbabili stime spannometriche a sostegno delle loro tesi, come “ma non vedi quanti immigrati ci sono in piazza? Sempre lì a far nulla” oppure l’altrettanto gettonato (ed il lettore under 30 potrà confermare con un amaro sorriso sulla bocca) “il Paese va a rotoli perché i giovani non hanno voglia di lavorare -non vedere il figlio della Pinuccia- e quindi tagliano le pensioni a noi”, tratto da una storia vera.

Al di là delle battute, il clima politico che viviamo quotidianamente da qualche anno fa leva proprio su questa forbice che separa realtà e percezione, cercando di ampliarla con chirurgiche operazioni di comunicazione, esasperando i sentimenti d’angoscia che sono naturalmente correlati alla stessa percezione delle informazioni considerate “allarmanti”.

L’invito che mi sento di fare, a tutti i lettori, è quello combattere queste battaglie quotidianamente. Ogni volta che un vostro parente, amico o conoscente vi riporta un dato o un evento in maniera fortemente distorta, provate a farlo ragionare. Piuttosto che bacchettare, alludendo all’ignoranza o alla stupidità della fake news, impegnatevi piuttosto per traslare il ragionamento in un quadro più ragionevole e ragionato: se è vero che lo stupido ti trascina al suo livello e poi ti batte con l’esperienza, qui siamo su un altro campo. È bene scindere tra “analfabeta funzionale” ed idiota, dato che il primo è semplicemente sprovvisto degli strumenti necessari ad interpretare la realtà e confondere le due cose è stato uno dei grandi errori comunicativi dei partiti istituzionali.

Al di là delle battaglie personali, abbiamo una necessità importante, ossia quella di un vero “divulgatore imparziale”, una figura che sia in grado di presentare i dati in maniera commestibile per la gente e che, allo stesso tempo, sia in grado di rispettare la sua mission d’imparzialità. Come abbiamo già detto, questo problema non è di facile soluzione: per sua natura, l’esposizione di un dato implica la sua manipolazione e, per quanto si possa essere in buona fede, ogni manipolazione dipinge un quadro diverso, applicando questa o quella sfumatura.

Non è una sfida semplice, anche e soprattutto a causa dei problemi strutturali italiani come la scarsa educazione economica. D’altro canto, ci sono realtà che si stanno muovendo in questo senso: l’Istat sta sfruttando i social, come Twitter, per cinguettare dati in tempo reale con annessa breve contestualizzazione, in modo da rendere le informazioni fruibili al grande pubblico.

Se non si impiantano progetti strutturali per combattere questo fenomeno, faremo la fine dell’uomo che continuava a nutrire il mostro per tenerselo buono. Se qualcuno si fosse perso la storia, alla fine il mostro cresce a tal punto da divorare sia il Paese percepito che quello reale.

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