Cinque ragioni per abolire la scuola di Stato

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“L’istruzione non dovrebbe seguire logiche di mercato, è un bene primario che deve restare sotto il controllo dello Stato”. Quante volte avete sentito questa frase discutendo di privatizzazioni? Beh, io tante, soprattutto perché difendo la libertà di scelta in materia di istruzione da vari anni.

Restando in tema attualità, ho sentito spesso dire che la regionalizzazione della scuola, prevista in alcune iniziali bozze dell’accordo sull’autonomia differenziata tra le Regioni del Nord che hanno fatto richiesta e lo Stato, sarebbe il primo passo verso la privatizzazione definitiva della scuola.

Mi chiedo, dove sarebbe in tutto ciò il problema? Tutti i discorsi pro scuola pubblica e statale sono basati sull’assunto che l’istruzione non sia un qualcosa di mercatizzabile e che quindi debba essere fornita dallo Stato.

Tutto ciò non è, però, semplicemente vero: Il mercato può tranquillamente occuparsi d’istruzione. In realtà già lo fa, solo che chi sceglie di affidarsi ad esso, nella gran parte dei casi, paga due volte: Per l’istruzione statale e per la propria.

Soprattutto, introdurre la concorrenza nell’istruzione non può che avere effetti positivi. In questo articolo vedremo cinque aspetti positivi e, anche, gli aspetti negativi.

Costi minori

Quanto costa istruire uno scolaro, in Italia? Ai genitori, direttamente, poco, ma allo Stato tanto: più di 8’000€ l’anno. Ovviamente finanziati con le imposte generali.

Allora, come mai la scuola privata normale è in grado di fare la medesima cosa con, al massimo, 5’000€? Magari, nel mentre, ottenendo pure un profitto.

Se decidessimo di introdurre un voucher scuola da 5’000€, che è una cifra alta e in linea di massima riducibile, risparmieremmo 23 miliardi ogni anno. Questo è, per capirci, quanto serve ad evitare l’aumento IVA nel 2020.

Starebbe poi alla classe politica decidere come usare quei 23 miliardi: se reinvestirli nella scuola, ridurci il debito o usarli per ridurre le tasse, ma sta di fatto che sprecare 23 miliardi ogni anno non è socialismo, non è attenzione alla giustizia sociale: è semplicemente stupido.

Più libertà di scelta e qualità

La concorrenza, solitamente, crea qualità. Nel caso della scuola la concorrenza può riguardare il metodo didattico, la comunicazione, le risorse, gli orari, il sostegno personale e tanto altro. In un sistema del genere si deve offrire un’istruzione a misura di individuo per ottenere i soldi del voucher.

Esiste quindi una concorrenza che porta l’individuo – lo studente – a beneficiare di una libertà di scelta maggiore: nuovi metodi didattici, orari, disposizione dell’orario didattico, focus su alcune o altre materie, immersione linguistica, scuole comunitarie e tanto altro, cose che persino non possiamo immaginare, visto che in un sistema del genere potenzialmente chiunque può aprire una scuola e provare ad attirare alunni con metodi che ritiene migliori e sarà il mercato, non un burocrate a Roma, a premiarlo.

Un pubblico migliore

Di per sè avere scuole appartenenti ad enti pubblici non è affatto un male, a patto che siano istituite da enti vicini ai cittadini come i comuni o simili. Solo in tal modo, infatti, il cittadino potrà rendersi conto di ciò che sta accadendo e decidere se, ad esempio, vuole assumere più personale o aumentare i sussidi oltre al voucher scuola. Soprattutto, la concorrenza tra comuni renderà la scuola migliore, visto che il pagamento, essendo ad alunno, permette l’accesso anche ad allievi esterni al comune che per una qualche ragione preferiscano istruirsi in tale comune.

Studi mostrano come la scuola pubblica, quando messa in competizione col privato, migliori in qualità. Inoltre, cosa non da ignorare, una scuola ben gestita e di qualità può divenire una fonte di finanziamento per il comune, visto che si può stabilire come l’ente locale abbia il pieno diritto di conservare il voucher anche se spende meno di quanto esso sia.

Più speranza per le minoranze linguistiche

Da lombardofono non posso non parlare di questo aspetto: oggi in Italia quelle poche lingue regionali che hanno la benedizione di Roma non prosperano quando lo Stato interviene ma quando esso se ne sta ben lontano.

Immaginate questa situazione: un sindaco, sostenitore della diversità linguistica, decide di introdurre l’immersione linguistica (se non sapete cosa sia potete leggere questo mio articolo) nella scuola del comune. Inizialmente c’è scetticismo – tanta gente ha pregiudizi sulle lingue regionali per ragioni culturali – ma qualcuno si iscrive ai corsi immersivi.

L’immersione ha effetti positivi: gli studenti immersi hanno una maggiore competenza nella lingua straniera e i genitori dicono che, di media, si mostrano più curiosi. Le iscrizioni aumentano e anche altri comuni creano le loro sezioni immersive.

In pochi anni esistono varie scuole immersive in quella regione, il modello viene anche copiato da altre regioni e diventa più interessante anche per i privati e le istituzioni no profit, ma nel mentre, non essendo intervenuta una coercizione di Stato, continuano ad esistere scuole esclusivamente in lingua italiana per chi ne ha bisogno o le preferisce. Nel caso ve lo stesse chiedendo, un bilinguismo di massa italo-inglese sarebbe molto più arduo. Ma, in tale sistema, potrebbe esistere comunque, essendovi libertà di scelta.

Favorisce la mobilità sociale

La libertà di scelta sulla scuola favorisce la mobilità sociale per un semplice fatto: la scuola italiana, dovendo soddisfare tutti, è per forza di cose mediocre. C’è un occhio di riguardo per chi ha bisogni speciali per disturbi didattici ma nessuno per chi ha necessità particolari per altre ragioni come particolari talenti in altri campi sportivi o scientifici, ben noto è il caso di una geniale ragazza ai massimi livelli nella robotica osteggiata dalla scuola pubblica per le proprie assenze.

Capito? La “scuola di tutti”, da buon prodotto del socialismo, se sei troppo bravo prova a metterti i bastoni tra le ruote. In fin dei conti è ben noto come si impari di più in un austero liceo della città fondata dai lombardi come avamposto contro il Marchese del Monferrato che al MIT.

In un sistema di libertà di scelta ciò non accadrebbe e non accadrebbe non solo per i geni o per chi può permettersi un’istruzione privata ma anche per il figlio dell’operaio che, per una ragione o per l’altra, non si trova con la scuola pubblica.

Un ragazzo che magari oggi, solo per l’ottusità del sistema di scuola statale, andrebbe in qualche istituto regionale a imparare un lavoro pagato in modo mediocre in un sistema di libertà di scelta potrebbe scegliere, senza costi aggiuntivi, un istituto adatto a lui e cercare un’istruzione migliore.

Ma, come dice il sempre brillante Giovanni Adamo II, nel sistema di scuola pubblica il benessere dei docenti è molto più importante di quello degli alunni. Ribadisco, impedire a un giovane di avere una buona istruzione adatta a lui solo perché ha genitori non facoltosi è socialismo, è attenzione all’uguaglianza e alla giustizia sociale? No, è solo crudele.

I difetti?

Ci sono, ovviamente, dei difetti.

Ad esempio i politici non avrebbero più la possibilità di comperare voti di centinaia di migliaia di persone solo promettendo loro concorsi d’assunzione, visto che ad assumere sarebbero i privati o, al massimo, i comuni.

Inoltre sarebbe più difficile fare populismo scolastico, proponendo ad esempio nuove materie o corsi obbligatori con scopi etici o politici più che didattici.

I sindacati dei docenti perderebbero gran parte del proprio potere politico e dovrebbero ridimensionarsi per diventare assistenti dei docenti nella compilazione di documenti, nel rapporto con le istituzioni e col datore di lavoro.

I docenti migliori sarebbero premiati e incentivati a continuare nel loro lavoro visto che docenti migliori portano alunni, e quindi soldi, alle scuole mentre quelli peggiori verrebbero via via esclusi.

Soprattutto, molte più persone potrebbero accedere ad una preparazione scolastica adatta alle proprie esigenze.

Mi dite che non sono difetti ma, anzi, pregi? Sono perfettamente d’accordo con voi. Eppure per gli statalisti a oltranza sono difetti ed ha perfettamente senso buttare 23 miliardi l’anno per un’istruzione che funziona, parafrasando un motto socialista, “per i pochi, non per i molti”.

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