Il dilemma del porcospino

In Attualità

Quando arriva l’inverno ed il freddo si fa pungente, il porcospino si trova difronte ad una scelta molto difficile, un vero e proprio dilemma: è il dilemma del porcospino. Il simpatico animaletto aculeato non può sopravvivere all’aperto, perché le rigidità dell’inverno lo ucciderebbero; l’unica soluzione sembrerebbe quella di riunirsi con i suoi simili e, stringendosi tra loro, condividere il calore corporeo per superare il periodo. Però c’è chiaramente un problema: più i porcospini si stringono tra loro, più rischiano di ferirsi reciprocamente.

Questo racconto, elaborato originariamente da Schopenhauer, ci spiega qualcosa di fondamentale sull’animo umano: come animali sociali, abbiamo bisogno dell’altro per sopravvivere alle difficoltà del mondo esterno ed allo stesso tempo è altrettanto vero che i rapporti umani sono caratterizzati dal rischio di ferirsi vicendevolmente ed in maniera più o meno deliberata. Il filosofo, dunque, ci offre due possibilità: o rischiamo la sorte e proviamo a vivere da soli, nel freddo dell’inverno, oppure accettiamo la possibilità di ferire il prossimo ed esserne a nostra volta feriti, instaurando rapporti più o meno approfonditi ed entrando nel gran valzer che è il tessuto sociale.

Quest’estate è stata una strana estate, dal punto di vista politico: tutti si aspettavano che il governo giallo-verde sarebbe caduto per mano di Salvini, ma nessuno si aspettava un epilogo tanto inusuale; la convinzione generale era vicina all’idea che non si sarebbe andati alle elezioni, ma chi si sarebbe aspettato un Conte II? 

Molti si aspettavano l’uscita di Renzi dal PD, ma c’era modo di pensare che sarebbe successo così presto?

Sì, lo stupore rimane un raro sentimento: i rumors su un possibile Partito di Renzi sono iniziati già dal post Gentiloni e delle sostanziali conferme sono arrivate in Agosto, con l’annuncio di un nome piuttosto infelice, visto il destino dell’omonimo di Ingroia. 

La domanda che tutti dovremmo porci oggi, all’indomani dell’annuncio della fuga di nomi dal Gruppo parlamentare dem, è la seguente: cosa passa per la testa di Renzi? 

Analizziamo il passato recente: mentre il PD latitava in quanto ad opposizione, Renzi ne approfittava per sganciare sporadiche sciabolate al fianco del governo Salvini-nessuno (battuta abbastanza scontata, ma il lettore me la passerà, ndr); il Capitano sceglie di sciogliere il governo a sorpresa e la reazione dei due leader (uno de jure ed uno de facto) del PD è degna della più natalizia commedia degli equivoci, con Zingaretti che pone un no secchissimo e Renzi che invece propone il motto Governo giallorosso o barbarie.

Gli interessi, all’epoca, erano chiarissimi a tutti, con il segretario che cercava nel voto un rimpasto di gruppo parlamentare -a costo di perdere qualche seggio- e l’ex che invece spingeva per essere un leader di peso in una maggioranza di governo.

Per le varie meccaniche di partito, di consenso ed -in definitiva- di convenienza di cui sappiamo, Zingaretti decide che è meglio “lasciarsi pungere” dagli aculei di Renzi ed evitare di morire al freddo ed al gelo. L’altro porta a casa l’ennesimo successo e si riesce a piazzare come il responsabilizzatore della sinistra – il che ha quasi un doppio valore, poiché sono quelli già più responsabili ed, in certa misura, competenti degli altri – sacrificando tutto pur di salvare il paese dall’ondata del barbaro-leghista.

A questo punto, la mia personale previsione era che Renzi fosse interessato a mantenere in piedi un governo a trazione PD -unito- per controbilanciare le richieste del Movimento, operazione per altro riuscitissima nell’ambito dello stilare la lista dei ministri ed il terribile programma di governo.

Tutto ciò almeno finché non si fossero create le condizioni ideali per lanciare un partito nuovo, centrista e renziano. Evidentemente, mi sbagliavo. Renzi -sostanzialmente all’alba di questo insediamento – decide di calciare con forza il pallone sopra la traversa e mandare tutto in caciara. Perché farlo adesso?

Che l’esclusione dei suoi fedelissimi dalle nomine di governo sia stata la goccia che fa traboccare il vaso? Ne dubito fortemente, potrebbe essere piuttosto il venir meno, da parte di Zingaretti, ad un implicito patto tra i due che avrebbe dovuto sostenere l’unità del PD.

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In quest’ottica, tutto suona più plausibile. Renzi prova a stringersi agli altri porcospini nella tana del PD, ma la sua soglia del dolore e – soprattutto – il suo spirito di abnegazione sono molto più bassi del previsto e, all’ennesimo “sopruso” contro la sua corrente, decide che ne ha abbastanza: meglio morire là fuori, nella solitudine, ma farlo con i suoi ed alle sue condizioni. Questo, grossomodo, il ragionamento che potrebbe essere scattato nella testolina fiorentina.

Nonostante ciò, non è scontato che si tratti di un arrivederci più che di un addio. Consci del fatto che l’arrivo di un maggioritario (più o meno duro) avvantaggerebbe una sorta di ri-coalizione di centro sinistra che unisca tutti i partiti della galassia liberal-social-scissionista. È bene ricordare infatti che, oltre a Renzi ed i profughi, abbiamo il plausibile partito di Calenda-Cottarelli-Fornero e quel che rimane di +Europa (oggi forse da ribattezzare “+Socialismo che Europa”, ma vabbé).

Infine, è bene notare che Renzi, dopo questa mossa, stringe – e mi scuserete la prosaicità – il governo per le proverbiali palle. Sottraendo all’esecutivo i parlamentari fondamentali per la fiducia, Renzi passa da contropotere nel partito a stampella irrinunciabile per il governo: una promozione mica male.

Al di là delle valutazioni di merito sul “bene del paese” – questo non è certo il luogo adatto per farne – o del Partito, se vogliamo interpretare ciò questo scenario politico dobbiamo guardare a dove stanno gli interessi del soggetto e, senza ombra di dubbio, gli interessi del fuggitivo risiedono nella sua necessità di esprimersi come leader: egolatria.

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