Voto ai vecchi? No, il problema è troppo Stato

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Le dichiarazioni di Beppe Grillo sul togliere il diritto di voto agli anziani hanno causato un putiferio, tra chi, come Giorgio Gori, ha dichiarato come gli anziani votino contro l’interesse dei giovani, e tra chi, come Zingaretti o Salvini, hanno difeso a spada tratta la categoria. Bel dibattito, per carità, ma che non c’entra un aspetto importante:

PERCHÉ DIAVOLO DEVE ESISTERE UN’ENTITÀ COSÌ IMPORTANTE NELLE NOSTRE VITE MA COSÌ INFLUENZABILE?

Sia chiaro: non sono anarcocapitalista ma un liberale classico, credo quindi che lo Stato debba esistere e avere un ruolo di garanzia. Poi, da estimatore dello Stato nel Terzo Millennio, ritengo che le questioni vadano risolte a un livello più locale possibile.

Ma non ha alcun senso che lo Stato intervenga quando potrebbe farne a meno, perché ciò vuol dire offrire spazi ai politici per distogliere le funzioni di servizio dai propri scopi per dirottarle a fini elettorali.

Si parla di anziani, quindi facciamo subito un esempio: pensioni. La previdenza pubblica nacque con uno scopo nobile, sostenere chi, superata l’aspettativa di vita, si fosse trovato senza risparmi. Poi è divenuta una cosa universale, arrivando all’insostenibilità anche a causa delle baby-pensioni, ossia un provvedimento clientelare. È ovvio che finché le pensioni saranno in mano ai politici, questi preferiranno soddisfare i quasi venti milioni tra pensionati e futuri tali e non, invece, le altre categorie come i lavoratori e giovani che votano su mille criteri, al contrario dei pensionati che lo fanno principalmente su uno, ossia la propria pensione.

Ma non è affatto necessario che ci sia lo Stato nel sistema pensionistico! Chiunque può mettersi via una somma di denaro ogni mese in un fondo fruttifero e, arrivato ad un’età opportuna, iniziare a ritirare o comperare un’assicurazione che offra una rendita vitalizia. Lo Stato dovrebbe, al massimo, fissare dei paletti di vigilanza e obbligare a possedere una qualche forma di rendita pensionistica. Questo modello funziona e si chiama sistema a capitalizzazione.

Chiaramente, una soluzione del genere non ha appeal politico: del momento in cui la pensione dipenderà interamente da scelte individuali non basterà più fare le sparate facili per ottenere milioni di voti.

Lo stesso discorso vale anche sulla scuola. In Italia tra docenti, personale ATA e potenziali tali parliamo di oltre un milione di persone. Per i politici è semplicissimo ottenere consenso promettendo stipendi più alti, più assunzioni e simili.

Eppure non è affatto necessario che la scuola sia statale, anzi, è deleterio. Basta pensare a un fatto banalissimo: come mai chi possiede scuole private che chiedono 5000€ l’anno ad alunno hanno un profitto tale da girare in Mercedes mentre la scuola pubblica spende 8000€ ad alunno e cade, purtroppo spesso letteralmente, a pezzi?

Anche qui, è palese che un voucher scuola che finanzia scuole locali, sociali o private in concorrenza possa svoltare in meglio la situazione. Ma nessuno lo proporrà, perché avere un milione di persone canalizzate e pronte a seguire la proposta elettorale del momento non è come averle sparse su più istituti delle più svariate proprietà.

E siamo già arrivati a togliere il voto a insegnanti e pensionati. Ma poi dovremmo estendere il tutto anche ai dipendenti pubblici, anche loro potrebbero fare lobbying, e ovviamente anche ai parapubblici.

Magari anche a chi, privato, lavora insieme al pubblico. Potrebbe spingere per avere più aiuti o simili, no? E non dimentichiamo chi prende sussidi, se votano possono chiederne di più.

Abbiamo, con una rapida azione, probabilmente dimezzato l’elettorato italiano. È evidente che non sia una soluzione viabile.

Più che limitare l’elettorato, la vera azione di buon senso sarebbe limitare lo Stato, che non dovrebbe operare direttamente dove i privati, al massimo con qualche regola o garanzia, sono in grado di operare quasi sempre meglio del monopolio statale. E questa, come faceva ben notare Ricossa, non è la lezione di qualche tecnocrate austroliberista: è una lezione di Keynes.

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