Possiamo dire che il bene comune esiste?

In Attualità

Come poter rispondere a questa domanda? Noi liberali siamo fieri di rispondere di no. In questo articolo proverò a raccontarvi un saggio breve di Sergio Ricossa (1927-2016), economista e saggista italiano, tratto dal libro “Liberalismo Liberista Vincente”, presente anche nel nostro store.

In questo saggio, dal titolo “I Limiti della Socialità”, Ricossa prova a spiegare il suo punto di vista rispetto il raggiungimento del bene comune. Non spiega se per un liberale è giusto essere d’accordo o contrari al raggiungimento di un bene comune, piuttosto spiega che nel perseguimento di questo scopo ci si può imbattere in insidie durante il percorso.

Esordisce dicendo:

Negare il bene comune significa innanzi tutto porsi contro la potente retorica della socialità, che entusiasma le anime pie e sentimentali, i profeti politici di pace e di amore, i professionisti della solidarietà e dell’armonia, gli spacciatori di perfezione. Significa rassegnarsi a vivere in una società eternamente conflittuale […].

Da questo punto di partenza, Ricossa lascia intendere come il percorso verso il bene comune sia ricco di conflitti, di disapprovazioni, di malumori. Nella ricerca ossessionata dell’obiettivo, ci limiteremo a giudicare negativa qualsiasi iniziativa privata e qualsiasi iniziativa degna dell’animo umano, in quanto si potrebbero determinare delle implicazioni negative. Aggiungerei, da parte mia, che il disagio è da entrambe le parti. Il disagio è del collettivista pro-bene comune che passerebbe il tempo a giudicare negativo qualsiasi individualismo; il disagio è anche della singola persona umana che dovrebbe chiedersi, perennemente, se qualsiasi suo comportamento possa provocare qualche problema al prossimo. Anche quel sano egoismo sarebbe osteggiato.

Pertanto, Ricossa sostiene che il percorso della socialità non è raggiungibile attraverso l’esasperazione del bene comune, ma della convivenza.

Questo non vuol dire, necessariamente, che il bene comune sia un aspetto che i liberali devono rifiutare a priori. Ma Ricossa è chiaro, il bene comune non è quello propugnato da Rousseau, priva di moralità e tentazioni, colmo di naturale bontà. Proprio dal rifiuto al pensiero di volontà generale di Rousseau, inizia il percorso positivo verso il bene comune. Il primo motivo evidenziato dal saggista torinese è l’utopia dell’obiettivo rispetto alla realtà umana.

Come dice lo stesso Ricossa,

S’intende che formuliamo di continuo giudizi globali, ma un conto è formularli come opinioni personali o compromessi approssimativi e transeunti, un conto ben diverso è crederli verità oggettivi, episteme e non doxa. Per il nostro liberalismo, il dissidio non è soltanto tra noi e gli altri, è già all’interno delle nostra amletica. Desideriamo cose contrastanti, vogliamo proverbialmente “la botte piena e la moglie ubriaca”, e già dobbiamo scendere a patti con noi stessi. Ma se con noi stessi abbiamo per così dire un accettabile sistema di conciliazione, con gli altri un sistema del genere ci pare assai più problematico, se non ci sforziamo di capire che ogni cosa ha il suo rovescio.

Ecco che il liberalismo ha un approccio estremamente diverso rispetto a quello adottato dal collettivista, valorizzando anche l’individualismo di ciascuna persona. Infatti, Ricossa continua dicendo:

La tolleranza liberale nasce dal non credere nel bene comune e dal considerare la vita un flusso di paradossi e di aleatorietà (ma la nostra tolleranza non può estendersi agli intolleranti). Il nostro rispetto per gli altri nasce dal considerare ogni individuo diverso, irripetibile, insostituibile e autonomo, non un generatore di numeri da mettere in un calcolatore elettronico sociale per il calcolo felicifico del bene comune.

Nemmeno attraverso il reddito o l’utilità è facile raggiungere il bene comune. Come stabilire che quella scelta per la collettività sia davvero utile per qualcuno? Come stabilire che ci sia un vantaggio collettivo? Perché costringere un innocente ambizioso per qualcosa che potrebbe essere (ma anche non essere) utile per lui?

L’utilità può essere individuale, no collettiva.

Di conseguenza, se Ricossa rifiuta la logica della volontà generale di Rousseau, rifiuta anche la logica antiutilitarista di Rawls, in quanto “non ammettiamo come regola politica generale che qualcuno, sia pure il più abbiente, debba essere sacrificato a qualcun altro, sia pure il più bisognoso, senza decidere caso per caso“. “Un trasferimento del genere – continua Ricossa – lo possiamo caldamente raccomandare sul piano morale o volontario, non sul piano politico e coercitivo“.

La via del bene comune, la migliore secondo Ricossa, è quella indicata da Nozick. Lo stesso saggista ripropone una sua citazione:

L’essere costretti a contribuire al benessere altrui viola i nostri diritti, mentre il fatto che qualcun altro non ci provveda di cose di cui abbiamo bisogno grande bisogno […] non viola in sè i nostri diritti

Sappiamo che le persone tendono ad organizzarsi in società per soddisfare i propri bisogni, esigenze o per il raggiungimento dei propri obiettivi. Una persona che punta a diventare imprenditore, avrà bisogno del resto delle persone per il raggiungimento e il mantenimento del suo obiettivo, mediante lo scambio volontario di servizi con gli altri. Quindi ogni liberale deve impedire che la moralità venga esclusa a priori dalla mano politica.

Questo non vuol dire, automaticamente, che tutto ciò che è morale, volontario e non coercitivo sia lecito. Il liberalismo non è solo e soltanto laissez-faire, come potrebbe pensare qualcuno. La libertà ha spesso dei risvolti paradossali, risvolti contraddittori. Molte libertà, previste nella Costituzione italiana, provocano non poche discussioni e conflitti. La libertà di pensiero è davvero praticabile in toto? Dipende, se sei un fascista, potrebbe intervenire la Commissione Segre. Scusate, ma concedetemi questa battuta sarcastica.

Tornando seri, le scelte dell’uomo non possono sempre essere perfettamente corrette e precise, l’errore umano è da mettere sempre in preventivo.

Bisogna sicuramente riconoscere il valore fondamentale dell’iniziativa libera della persona, in quanto esso favorisce l’innovazione, la divisione del lavoro e la diversificazione dei consumi. Il mercato favorisce la stabilità sociale e l’equilibrio economico ma è normale che non tutto possa essere rose e fiori. In un’economia di mercato ci saranno sempre vincitori e vinti. Pertanto, occorre uno Stato minimo che sappia impedire che il vincitore domini e diventi un monopolista e che permetta al vinto di rimettersi in gioco nella prossima partita.

Questo vuol dire che occorre avere uno Stato minimo che permetta a tutti di ottenere un punto di partenza dignitoso che permetta alla singola persona di poter investire su se stesso per poter competere al raggiungimento di uno scopo.

Per i vinti, di conseguenza, non bisogna negare a priori l’assistenza pubblica, ma questo non deve implicare qualche scompenso o squilibrio sulla proporzionalità dei tributi. Un vincitore non deve uscirne indebolito per rafforzare il vinto.

Questo perché per noi liberali la vera lotta non sarà mai l’uguaglianza dei redditi, ma solo e sempre la lotta al ridimensionamento della povertà. Riteniamo che non sia competitiva la sfida nel renderci tutti uguali. L’uguaglianza di partenza ci può essere, ma non sarà mai un’uguaglianza perfetta. Sfida eccitante è dimostrare che possiamo essere tutti un pochino più ricchi senza un’altissima spesa pubblica e assistenzialismo esasperato.

Questo vuol dire che se la partenza non può essere davvero perfetta, anche il punto di arrivo deve essere diversificato per ciascuna persona. Non occorre, necessariamente, raggiungere un reddito con 6 zeri. A volte, basta semplicemente godere di uno stipendio con un potere d’acquisto dignitoso.

Concludo con una frase di Ricossa,

La nostra filosofia liberale ritiene che la fortuna e la sfortuna facciano parte della vita, e che senza di esse la vita stessa sarebbe senza carattere: senza sfide, senza speranze, senza ardimenti.
Il nostro liberalismo è imperfettistico: combatte il male come può, non vuole illudersi che l’improbabile sconfitta del male sia del tutto esente da altre forme di male

A noi liberali piace così.

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