Perché il protezionismo fa male ai consumatori

I DAZI NON SONO ALTRO CHE UN’IMPOSTA PAGATA DAI CITTADINI

Un paese più aperto all’abbondanza prodotta dal resto del mondo è un paese in cui tutti i cittadini, senza distinzione alcuna, sono privilegiati e favoriti dal governo.

Ed è facile capire tutto ciò quando si guarda al motivo per cui le persone si svegliano presto e vanno al lavoro tutti i giorni: lo fanno per guadagnare un reddito, che useranno per ottenere beni e servizi. Cioè, lavorano e producono al fine di ottenere altri prodotti e servizi.

L’obiettivo finale del lavoro e della produzione è il consumo. E più il consumo non è ostruito, maggiore è la capacità della popolazione di scambiare i frutti del proprio lavoro con beni e servizi. Si intuisce senza problemi che questa è la strada migliore per un più alto tenore di vita, soprattutto per le fasce di popolazione meno abbienti.

Niente può essere più diretto.

Lavorare e produrre – cioè creare un’offerta – significa esigere qualcosa. E questo è vero anche se il lavoratore preso in questione risparmia il 100% del suo reddito: risparmiando, si limita a trasferire la domanda a terzi, siano essi mutuatari, società di investimento, enti di beneficenza o addirittura figli e nipoti.

Il punto principale è che la produzione, sempre e comunque, è l’espressione di una domanda: questo principio è conosciuto col nome di Legge di Say, che -per ovvi motivi- venne osteggiato da Keynes e i suoi discepoli; dalle stesse parole di Say, “Dato che ognuno di noi può solo acquistare la produzione di terzi con la propria produzione, e dal momento che il valore di ciò che possiamo comprare è uguale al valore di ciò che possiamo produrre, allora più l’uomo può produrre più può comprare“, in altre parole: la produzione e l’offerta precedono il consumo e la domanda.  [1]

Quindi, quando il governo impone dazi sull’importazione o svaluta la valuta, sta semplicemente aumentando i costi del lavoro e della produzione, influenzando il tenore di vita della popolazione. Lo scopo di tali misure è proteggere alcuni posti di lavoro in settori privilegiati, che sono protetti dalla concorrenza estera e possono produrre beni di qualità inferiore e a prezzi più elevati. L’inevitabile conseguenza è che una minoranza è protetta (alcuni industriali e i loro dipendenti) e una maggioranza schiacciante (tutti i consumatori)  viene danneggiata perché il suo potere d’acquisto viene attaccato e, di conseguenza, il suo tenore di vita ne risulta ridotto.

È tautologicamente impossibile per i dazi e le svalutazioni valutarie aumentare il tenore di vita di un’economia perché, per definizione, costringere la popolazione a utilizzare una valuta con meno potere d’acquisto e pagare di più per prodotti di qualità inferiore non sono misure che possono migliorare la qualità della vita di una popolazione.

Non finisce qui: riducendo il reddito disponibile della popolazione – che ora deve pagare di più per i prodotti nazionali – i dazi e le svalutazioni hanno il disastroso effetto di ridurre gli investimenti e, di conseguenza, la creazione di posti di lavoro. Non c’è nessuna magia che possa impedire questi fatti.

Protezionismo = Povertà

Pertanto, dire che un paese che pratica il libero scambio con un altro paese avrà un aumento della disoccupazione è un’asserzione con la stessa validità logica di dire che l’aumento di milioni di persone nella forza lavoro ridurrà l’offerta di beni e servizi.

Questo punto è fondamentale e merita di essere sottolineato: la più potente forza ideologica a difesa del protezionismo è la paura che con il libero scambio – che permette alle persone  di comprare cose a buon mercato dal di fuori del proprio paese – ci sarebbero pochi posti di lavoro per i lavoratori del nostro paese.

Nota: quale sarebbe questa paura?  La paura che il libero scambio generi così tanta abbondanza che nessun altro dovrà lavorare per produrla? Che cosa sarebbe questa paura se non l’idea che con il libero scambio tutti i desideri dell’umanità sarebbero così completamente soddisfatti a costi minori?

La paura delle persone per il libero scambio si basa su una interpretazione completamente sbagliata della realtà. Qualcosa di completamente irrazionale. anti-scientifico.

Nelle economie che limitano il libero scambio, gli abitanti, non essendo in grado di utilizzare i frutti del proprio lavoro per acquistare quei beni e servizi meglio prodotti dagli stranieri, finiscono per essere costretti a svolgere diverse attività in cui non hanno abilità. Isolati dalla divisione mondiale del lavoro, lavorano solo per sopravvivere, non per sviluppare i loro talenti.

Non possono lavorare su ciò in cui sono veramente bravi, perché la restrizione del libero commercio costringe i cittadini di una nazione a fare tutto, compreso ciò che non capiscono. Una persona brava nel campo dell’informatica, per esempio, finisce per dover lavorare come operaio in un’industria siderurgica, perché il suo governo limita l’importazione di acciaio, che potrebbe essere acquistato a prezzi inferiori dagli stranieri. Gli ingegneri con due master finiscono ad essere operai.

Se i confini di un paese sono chiusi, i suoi abitanti vivono in uno stato di autarchia, essendo in grado di consumare solo ciò che producono. Le opzioni sono drasticamente ridotte. I prezzi sono più alti perché il potere d’acquisto della valuta è più basso. L’industria è inefficiente in quanto non deve preoccuparsi della concorrenza degli stranieri. La popolazione nazionale diventa ostaggio del corporativismo industriale nazionale, che ha i suoi profitti garantiti senza la contropartita di una buona prestazione di servizi. Questo è il motivo per cui il tenore di vita nei paesi a economia chiusa è così basso.

E, come se fosse ancora necessario utilizzare questo argomento, la disoccupazione è inferiore in quei paesi che praticano il libero scambio. [2]

Ma il libero scambio ha anche dei difetti? No.

Le importazioni dall’estero, per definizione, migliorano sempre il tenore di vita dei cittadini. Sempre. E questo avviene perché, da un lato, aumentano la remunerazione per il lavoro e, dall’altro, consentono una maggiore specializzazione della forza lavoro.[3] Soprattutto, il libero scambio è tautologicamente vantaggioso, perché se così non fosse, gli stessi individui di una società semplicemente non lo farebbero fra loro.

In aggiunta, anche in un commercio tra gli abitanti dei paesi poveri e quelli nei paesi ricchi, entrambe le parti traggono beneficio perché volontariamente pagano di meno per servizi, beni strumentali (macchinari, computer, ecc) e lavoro manuale altamente specializzato di cui ambe parti hanno bisogno.

Non ci sono punti negativi in ​​questo accordo.

E per coloro che vogliono un argomento puramente utilitaristico, mentre è vero che i licenziamenti possono verificarsi quando aumenta la concorrenza delle importazioni, è anche importante tenere conto degli aumenti delle esportazioni generate dal libero scambio. A una casa automobilistica potrebbe non piacere la concorrenza delle auto importate, ma poiché altri paesi in tutto il mondo possono comprare anche le sue automobili (a condizione che siano buone, ovviamente), è ovviamente più vantaggioso optare per il libero scambio.

Inoltre, i beni importati e acquistati dai cittadini a prezzi inferiori permettono un risparmio per il consumatore, il quale aumenterà la quantità di reddito disponibile per altre spese.

Conclusioni

Possiamo concludere dicendo che il protezionismo è qualcosa di puramente ideologico, perché si basa su convinzioni sentimentali e, soprattutto, su convinzioni nazionalistiche. Se escludiamo il nazionalismo dall’accordo, sarebbe molto difficile sostenere che il commercio internazionale è dannoso e svantaggioso e allo stesso tempo dire che il commercio interno è vantaggioso e benefico.

Con il protezionismo, molte persone non potrebbero mai specializzarsi, il reddito disponibile sarebbe sempre più basso, certi investimenti non si verificherebbero e molte migliorie per le nostre vite non potrebbero mai essere inventate.

La logica è inattaccabile: un’economia è semplicemente un insieme di individui, e ogni individuo è economicamente migliore se può specializzarsi in ciò che sa fare meglio e, di conseguenza, può importare i beni di cui ha bisogno al prezzo più basso possibile.

Pertanto, la migliore politica sarà sempre l’eliminazione di tutti gli ostacoli all’importazione. Anche unilateralmente. E per due ragioni semplici e razionali: l’abbondanza dovrebbe sempre essere preferita alla scarsità; e la specializzazione dovrebbe essere sempre preferita alla bassa qualificazione.

A cura di Alessio Cotroneo

NOTE:

[1] : A Treatise on Political Economy, Jean-Baptiste Say

[2] : <Dati della Banca Mondiale sulla disoccupazione>

[3] : Wealth of Nations, Vol. I, Adam Smith

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